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Ex Cementir, a Taranto autotrasportatori fermi. Da Matera scaricano anche in Ilva

Pubblicato | da Michele Tursi

Il blocco dell’attività dello stabilimento ex Cementir di Taranto non sta creando gravi disagi solo ai lavoratori diretti, ma anche a quelli dell’indotto. In sofferenza da oltre un anno sono una trentina di autotrasportatori riuniti nei consorzi Ctr e Coitras che da più di trent’anni lavorano con il cementificio. La maggior parte resiste ancora, ma alcuni hanno già venduto i camion. “I nostri mezzi sono fermi, in attesa di risposte – scrive Mauro Calò del consorzio Cpr – siamo principalmente padroncini, abbiamo famiglie a carico e una sola fonte di reddito”.

La situazione è peggiorata dal sequestro penale degli impianti in poi. “Da settembre dello scorso anno il lavoro è molto diminuito – spiega Calò a la Ringhiera – fino a fermarsi del tutto a marzo di quest’anno. Ci siamo rivolti al Prefetto che si è interessato alla nostra vertenza. Abbiamo scritto a Italcementi, proprietaria di Cemitaly spa, chiedendo di lavorare nel vicino stabilimento di Matera. Ci hanno detto che i nuovi contratti, tra i quali saremmo potuti rientrare anche noi tarantini, sarebbero stati siglati a settembre, ma siamo a metà ottobre e non sappiamo nulla, nonostante i nostri ripetuti solleciti”.

Gli autotrasportatori di Taranto sono danneggiati due volte. Con la chiusura della ex Cementir il calcestruzzo per la copertura dei parchi minerali Ilva arriva dallo stabilimento Cemitaly di Matera. Secondo le stime della Cimolai ne serviranno 200mila metri cubi ed a trasportarlo sono i camionisti di Matera che hanno raddoppiato il volume d’affari. “Non vogliamo sottrarre il lavoro ai nostri colleghi – aggiunge ancora Calò – ma chiediamo di continuare a fare quello che facciamo da trent’anni nella provincia di Taranto e nell’area industriale”.

Gli autotrasportatori hanno scritto nuovamente al Prefetto di Taranto e a Italcementi chiedendo di poter riprendere a lavorare al più presto. “Stiamo facendo grandi sacrifici per tenere in vita i nostri consorzi – conclude Calò – per essere in regola con i pagamenti, con i versamenti contributivi, altrimenti non potremo più lavorare, ma non so fino a quando reggeremo. Siamo in una situazione drammatica, ma quello che ci amareggia di più è che basterebbe davvero poco per risolverla. Chiediamo a Italcementi di riconoscere il nostro lavoro. Dopo trent’anni non possiamo essere ignorati e buttati via”.