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Ilva, la trattativa non decolla. Troppi dubbi sul futuro di Taranto

Pubblicato | da Redazione

Non decolla la trattativa con Am InvestCo sul piano industriale dell’Ilva. Non decolla e non convince i sindacati. Delusione e preoccupazione al termine della riunione svoltasi al Ministero dello Sviluppo Economico alla presenza del viceministro Teresa Bellanova. L’azienda  ha illustrato le linee guida del piano industriale, ma non ha fornito elementi nuovi rispetto a quanto già comunicato nei precedenti incontri. In apertura Gil Perrot, di Arcelor Mittal, in merito alla questione antitrust ha dichiarato che l’azienda sta collaborando per fornire tutti gli elementi necessari alla Commissione ed ha espresso la convinzione che tutto sarà chiarito nei termini previsti del 23 marzo 2018. Ha aggiunto che tutto questo non compromette in alcun modo l’attuazione del piano ambientale e industriale, tanto che si deciso di partire da subito con la copertura dei parchi minerali a Taranto.

Per il resto AmInvestCo ha presentato il piano industriale con l’ausilio di alcune slide grafiche che non sono nemmeno state consegnate ai sindacati suscitando le proteste della Fiom Cgil che ha ufficialmente chiesto di entrare in possesso del materiale ed ha sollecitato la presentazione di “un dettagliato cronoprogramma degli investimenti e un approfondimento degli stessi che dovrà necessariamente essere fatto sui territori con il coinvolgimento delle istituzioni locali e regionali”.

AmInvestCo prevede di investire 2,4 miliardi di euro nel piano industriale incentrato su quattro pilastri: industriale, ambientale, commerciale e risorse umane. “L’obiettivo – hanno riferito fonti sindacali al termine della riunione – è quello di rendere, una volta completato il Piano, il Gruppo Ilva di nuovo competitivo, attraverso l’introduzione delle migliori pratiche produttive e ambientali maturate dall’esperienza del gruppo Arcelor, che solo in Europa, ha 19 altiforni e 30 linee di zincatura. Il Piano industriale si divide in due fasi: la prima dal 2018-2023 con una produzione di acciaio (che verrà integrata con bramme provenienti dal Brasile) di 6 milioni di tonnellate fino al 2023 come previsto dal piano ambientale, e una seconda fase che traguarda una produzione per Taranto di 8 milioni di tonnellate a regime dopo il 2023. Per il sito di Genova sono previsti investimenti per 60 milioni sulle line per la produzione di acciai avanzati e banda stagnata. Per quanto riguarda il sito logistico di Marghera l’azienda ha confermato la strategicità del sito per la logistica di tutto il Gruppo. L’obiettivo dichiarato dall’azienda è quello di portare Taranto, Novi Ligure e Genova al massimo della produzione entro il 2023 precisando che non bastano solo gli investimenti ma che il recupero della competitività e della redditività persi in questi anni passa obbligatoriamente per una cultura che punta alla sostenibilità e al miglioramento”.

La segretaria nazionale della Fiom Cgil, Francesca Re David, ha evidenziato che il piano industriale presentato, non introducendo innovazioni tecnologiche, “è in perfetta continuità all’attuale ciclo produttivo presente all’Ilva di Taranto. Nella presentazione del piano industriale infatti non vi è stata alcuna evidenza di un eventuale impiego di nuove tecnologie nonostante nella nota del 5 giugno, diramata dal Ministero dello Sviluppo economico per ufficializzare la firma del decreto di aggiudicazione di Ilva, si precisava che AM InvestCO si sarebbe impegnata a valutare la possibilità di introdurre l’impiego della tecnologia DRI (impianto di preriduzione). Riteniamo indispensabile che il Ministero dello Sviluppo Economico, così come fatto per le questioni salariali e occupazionali, chieda chiarimenti ad AM InvestCO e soprattutto pretenda l’applicazione degli impegni precedentemente assunti con Arcerol MIttal. La Fiom Cgil ha inoltre ribadito la necessità di subordinare e vincolare i piani industriale e ambientale di AM InvestCO alle risultanze della valutazione del danno sanitario effettuata in conformità alla legge regionale n. 21 del 24 luglio 2012, al fine di analizzare nell’immediato eventuali criticità emerse dalla Valtazione del danno sanitario ed effettuare tempestivamente le necessarie modifiche ai piani industriale e ambientale”.

Per il segretario generale della Fim Cisl Marco Bentivogli “siamo ancora alle grandi linee del Piano industriale. Mancano ancora molte informazioni su cui si necessitano dei chiarimenti, come ad esempio i tubifici di Taranto e gli interventi su acciai e leghe speciali di Genova, per capire quella che sarà l’occupazione e lo sviluppo dei prodotti nei diversi siti, per questo bisogna approfondire in modo analitico sito per sito, e reparto per reparto. Il limite temporale della durata del Piano fino al 2024 è da considerare un punto di forza, ma bisogna monitorare mese dopo mese che cosa accade e cosa si può fare per migliorarlo soprattutto per le ricadute occupazionali conseguenti che AM deve preservare. Sulla parte commerciale, bene entrare in una rete più ampia come quella di Arcelor Mittal , ma al tempo stesso è necessario mantenere il controllo della rete commerciale in Italia. Sullo sfondo resta l’incognita capestro dell’antitrust ormai entrata nella fase due, quella della verifica di approfondimento della procedura su cui non possiamo aspettare il pronunciamento della Commissione prevista per la fine di marzo del prossimo anno, ma è bene che la trattativa continui ad andare avanti. Per questo ci rivedremo, così come previsto il 14 novembre, al Mise per chiarire alcuni degli aspetti rimasti in sospeso del Piano industriale e per l’illustrazione del Piano ambientale e calendarizzare successivamente a partire da fine novembre gli incontri tecnici di approfondimento da tenersi in sede locale”.

Per Sergio Bellavita di Usb nazionale “l’incontro non solo non ha fornito elementi aggiuntivi Al piano industriale presentato lo scorso 20 luglio, ma ha ulteriormente rafforzato la preoccupazione sulla reale volontà della multinazionale di investire sugli stabilimenti italiani del gruppo Ilva e di rilanciare sulla produzione e garantire gli impegni dal punto di vista ambientale. Abbiamo detto no all’avvio di una trattativa serrata pretendendo le discussioni su tutte le questioni che crediamo siano più importanti e preliminari all’avvio di un negoziato. In particolare le decisioni che riguardano l’antitrust che possono modificare il piano industriale e quindi gli impegni di Arcelor Mittal in Italia, gli impegni sul piano Ambientale e la procedura aperta dall’azienda che non è stata ritirata, ma semplicemente congelata. Continuiamo a pensare che questa azienda non sia la soluzione per il gruppo Ilva, per l’Italia e per il settore della siderurgia che è fondamentale per la nazione e proponiamo a tutte le organizzazioni sindacali una mobilitazione di tutti lavoratori del gruppo”.

Secondo Francesco Rizzo, coordinatore provinciale dell’Usb “il piano di Mittal è ricco di contraddizioni e noi le abbiamo fatte esplodere al tavolo. Per l’ ennesima volta non ci hanno fornito documenti e noi abbiamo ribadito che non si può ragionare su slides o fotografie, ma che vogliamo visionare un piano industriale reale. Questo comportamento rafforza la nostra idea che Mittal voglia acquisire solo le quote di mercato di Taranto, che fa gola sul piano logistico con la presenza del porto, e non è interessata minimamente a salvaguardare l’occupazione, la salute e l’ambiente. Da questo tipo di comportamento si evince anche la volontà di portare a dismissione lo stabilimento. Noi continuiamo a non fidarci Soprattutto perché in una partita così importante per Taranto non possono mancare le istituzioni locali, Ancora una volta escluse dal tavolo di confronto”.