Contributi, Cooltura
Saldi e salti (al contrario) di qualità: la Gomorra dello stivale spaiato
di ROBERTA MORLEO
Anche la sottoscritta rientra nella casistica delle shopping victim. Nulla a che vedere con le fashion addict, le maniache della moda: quella tipologia, pur attraendomi, non mi appartiene, perché i trend riesco a seguirli come il calcio: solo quando proprio non c’è altro da seguire, chiedendomi giusto dal primo goal in poi (se arriva) di che colore è la maglia delle squadre contendenti.
Quello a cui mi riferisco è invece lo shopping tout-court, quello che va dalle “chicche” dei mercatini a quei pezzi di haute couture che spesso vanno a finire negli outlet: tradotto, tutto quello che ti piace e che puoi comprare (possibilmente almeno al 50%…dal 60 in poi è quasi amore).
Chi non ha la minima contezza di ciò di cui parlo non deve liquidare la questione pensando alla mania tipicamente (ma non esclusivamente) femminile della spesa folle. Spiego. Non è solo l’acquisto in sé che rende felici, ma anche tutto quell’iter apparentemente futile che lo anticipa. Quindi, l’aver individuato il capo che potenzialmente potrai acquistare (magari a saldi estremi) oppure (specialmente in periodi di magra) l’aver depennato quello che proprio non vuoi più comprare, perché non ti sta bene, o non ti piace più, oppure è un po’ troppo inflazionato (un esempio? L’ecopelliccia declinata in tutte le salse. Quando hai realizzato che la signora della macelleria sotto casa la mette tutti i giorni perde un po’ del suo charme animalier).
Va detto che per quanto riguarda quest’ultimo caso (l’acquisto annullato) molte donne sono convinte di aver appena adottato una forma di risparmio. Io le capisco. Molti uomini, invece, (compagni, mariti, fidanzati, amici) si stanno ancora chiedendo in che cosa consiste tale criterio di modern economy e come si applica.
Tornando alla casistica, i sintomi credo di averli tutti. Dalla moderata ansia che precede l’avvio dei saldi alla leggera tachicardia di quando avvisti proprio il capo che ti piaceva con il ribasso impresso sul cartellino “sale”, che precede di pochi minuti lo sprint verso la cassa. Poi esistono una serie di piccoli tic verbali: dal più classico, quello dell’auto-alibi “non potevo non comprarlo: è un affare”, al più incontestabile, quello della lungimiranza, che scatta solitamente d’estate: “comincio a fare i regali per Natale”.
Tipico della sintomatologia è lo sfinimento fisico dopo ore di ricerca (record personale: nove ore di seguito a Portobello road, cuore dello shopping londinese, assieme ad un’amica) che dà ulteriormente il senso della diffusissima patologia.
Credo in fin dei conti che, come tutte le malattie di cui si è affetti, l’importante sia esserne consapevoli e cercare di mitigarne quanto più è possibile gli effetti attraverso piccoli accorgimenti, in primis la sempre efficace richiesta dell’estratto conto in banca .
Tutto bene dunque? Quasi tutto. Fra gli aspetti negativi c’è il motivo per il quale ho messo giù questa riflessione.
Esiste, fra le rappresentanti femminili della categoria di cui sopra, una tipologia di cui non c’è proprio da andar fiere: la chiamerò, per brevità e per meglio farne comprendere le turbe, la calpestatrice. Passatemi il termine, certo non troppo nobile, e poi capirete il perché. Qui parliamo di shopping sfrenato nella sua peggiore accezione. Shopping sregolato, sparpagliato…calpestato!
Non ho una contezza assoluta di cosa accada nelle altre città nel periodo che intercorre fra la metà di gennaio e i primi di febbraio, ma a Taranto nel periodo dei saldi – in particolare nelle prime tre settimane – ci sono posti in cui donne di ogni condizione, ordine, grado e casta, età e portafogli, danno sfogo a recondite rabbie, a impulsi repressi, a turbe psico-fisiche scomposte. Insomma, per dirla elegantemente, istinti primordiali, ma sarebbe più idoneo chiamarli primitivi. Succede in particolare in un gettonatissimo megastore del centro cittadino- chi bazzica per negozi avrà già capito qual è – di trovare golfini infilzati sulle grucce, abiti appallottolati nei camerini, pantaloni rivoltati e attorcigliati a cartellini, scarpe e stivali rigorosamente spaiati e schiacciati dalla calca, vestiti pigiati in cumuli indistinti di robe accatastate su banchi vendita e –ahimè – sul pavimento.
Cosa è, la terza guerra mondiale? Mentre cerchi di capire da che parte cominciare (e se cominciare) la tua personale ricerca del capo-affare a pervaderti è un senso complessivo di disagio ma anche di irritazione verso tanta sciatteria e profonda inciviltà. Ma a casa loro faranno lo stesso? Le commesse, poverine, non lo chiedono per educazione ma il quesito glielo si legge in faccia. Encomiabile l’aplomb con cui fanno fronte ai guasti delle calpestatrici, facendo il cosiddetto buon viso a cattivo gioco e rimettendo i maltrattatissimi capi in ordine in un vortice infernale di stop and go. Cade-lo riprendo- metto a posto- ricade- lo riprendo -metto a posto.
Spesso mi è capitato di contribuire, istintivamente, a questi salvataggi, rimuovendo mucchi di robe dal pavimento e risistemandole quantomeno sui banchi, per evitare che accumulassero altra polvere, cosa che dovrebbe fare abbastanza schifo a tutte, e talvolta ho intercettato qualche cenno di muto sostegno auto-discolpante della serie “…non sono stata io”.
Di recente, invece, ho incrociato l’espressione indignata di più di qualche calpestatrice, quasi la stessi privando di una sorta di leadership sul controllo assoluto del disordine.
Me ne sono andata lasciandomi alla spalle quella Gomorra dello stivale spaiato mentre una giacca malamente appesa con un nodo alle maniche, praticamente avvinghiata al collo di una gruccia, sembrava lanciarmi l’ultimo appello: “Ti prego liberami. Comprami”. L’ho lasciata al suo destino, ripromettendomi –ovviamente – di tornare a trovarla in tempi di pace.
(Pezzo consigliato per questa lettura: All about that bass- Meghan Trainor)