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La sindrome dell’albero disfatto e la crisi del calendario

Pubblicato | da Redazione

di ROBERTA MORLEO

Tre giorni fa – più o meno il 20 gennaio – ho smontato il mio albero di Natale – due metri e mezzo di pensieri e ricordi aggrovigliati a luci, lana, legno, plastica e vetro  – con ovvi e grandissimi sensi di colpa: non si tiene un albero addobbato in casa, a meno che non ci sia un motivo serio che ne impedisca la conservazione: non è fashion e nemmeno politically correct.

Il punto è che proprio non volevo toglierlo, la sera mi fa piacere accenderlo – anche se mi occupa una porzione non indifferente di spazio vitale  -e poi per me è sempre stato sinonimo di cose buone, dolci e colorate. Cose così, di quelle che si vedono nelle pubblicità e che le sensazioni gusto-olfattive intuiscono per poi sollazzare il cervello: rhum e cioccolata, candele dorate e profumo di zenzero e cannella, coperte a quadri rossi caldissime e avvolgenti e l’ovvio bagliore di un camino acceso.

Non vedevo neanche una ragione per farlo e continuavo a negare a me stessa che una ragione c’era: il calendario. Così ho cincischiato per un po’ di giorni continuando ad accenderlo tutte le sere –l’albero, non il calendario – e poi ho cominciato, piano piano, a smontarlo.
Che brutto momento. Che sensazione di perdita.
E’ stato proprio nell’istante in cui decidevo come conservare le palle di vetro – giusto per non ritrovarle in polvere – che ho realizzato di essere portatrice probabilmente sana di una patologia figlia, o forse nipote, dei nostri tempi: la sindrome dell’albero disfatto.
Chi da anni è abituato a montare l’albero da solo/a forse mi può capire. Chi lo fa anche con gioia e infantile entusiasmo, mi capirà ancora meglio (in quanti siamo rimasti ad amare il Natale?).

Insomma, mentre piegavo i rami, mi attorcigliavo inevitabilmente alle luci e mi chiedevo come avessi fatto, un mese prima, a mettere su un solo albero tutta quella roba lì, ho constatato che quella era proprio una sindrome, o comunque come dire uno stress della vita moderna in cui tutto si smonta e si rimonta a piacimento: matrimoni, mobili, rapporti, polemiche e naturalmente anche il Natale.  Ce lo montiamo e smontiamo, il nostro Natale, e il 25 dicembre diventa così la data attorno alla quale si monta e si smonta a pezzi la ricorrenza prima più dolce e poi più amara del calendario.
Perché amara?
Perché un qualcosa che sparisce nella prospettiva di ritornare di lì ad un anno ti fa inevitabilmente scorrere i tuoi più recenti 365 giorni di vita. Ed altrettanto inevitabilmente ti fa pensare a cosa ritroverai, e se lo ritroverai, di te, degli altri, di chi ti vuole bene e del mondo, dopo altri 365 giorni. Avviso chi legge che queste ultime dieci righe sono le sole più o meno serie del pezzo in oggetto: tutto il resto è un puzzle. Potete smontarlo e rimontarlo come vi pare.

Conclusione: il mio albero giace ora nel suo scatolone, e per chi volesse inventarsi un lavoro suggerisco un’agenzia di montaggio e smontaggio dei natali altrui. Indolore e remunerato.
Per la cronaca, invece, e a beneficio di chi ancora in casa avesse tracce di fiocchi di neve palline e befane, segnalo che a Roma – da Trastevere a Piazza Navona, dal Pantheon a Trinità dei Monti – il weekend del 17 gennaio era ancora un tripudio di vischio, palline e abeti, veri e finti, che scintillavano dalle facciate di bar, negozi, ristoranti e balconi.
Manco a parlarne di toglierli, sono così belli!
Alla faccia del calendario, che ovviamente è entrato in crisi. Ed è colpa nostra, perché forse non ci è mai piaciuto veramente.
Pezzo consigliato in abbinamento a questa lettura: Yes i’m changing dei Tame Impala.