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Ilva, il decreto che non piace a nessuno

Pubblicato | da Redazione

Il decimo decreto salva-Ilva, sembra aver messo tutti d’accordo: non piace a nessuno. Un “capolavoro” politico, un insuccesso trasversale e bipartisan che dovrebbe far riflettere il Governo di Matteo Renzi e i partiti di maggioranza sull’efficacia delle decisioni assunte.

Per Rosario Rappa, segretario nazionale della Fiom Cgil, “si tratta di un comportamento irresponsabile. Il nuovo decreto, oltre allo slittamento di almeno altri quattro mesi, produce altre indeterminatezze, facendo perdere ulteriori commesse allo stabilimento e richiedendo una ulteriore iniezione di liquidità in attesa della vendita. Non vorremmo che tale scelta incida sull’operazione di vendita e sulla congruità del prezzo finale, a proposito della tanto decantata trasparenza nella gestione della vicenda Ilva. Non vorremmo, al contempo, che questo comitato nominato dal ministero dell’Ambiente non celi in realtà la volontà di rimettere in discussione il processo di ambientalizzazione dell’Ilva, così come previsto dall’Aia approvata, presupposto per salvare lo stabilimento. Alla luce di tutto ciò  è necessario che il neoministro allo Sviluppo economico convochi urgentemente le organizzazioni sindacali per chiarire le reali volontà del governo”.

Più drastico Francesco Rizzo dell’Usb. “Da tempo stiamo assistendo a continui cambiamenti e giravolte del Governo sulla vicenda dell’Ilva, della sua vendita e del disastro ambientale creato dai Riva in anni d’indifferenza da parte di tutte le istituzioni pubbliche. Con il nuovo decreto il Consiglio dei Ministri dice, di valutare prioritariamente il piano di risanamento ambientale, collegato alle offerte degli interessati per evitare possibili bocciature una volta aggiudicata la cessione del gruppo. Ma scoprono ora questa priorità? O ad indurre queste misure cautelari è stata l’apertura del procedimento contro il Governo italiano da parte della Corte Europea dei diritti umani, per non aver protetto dalle emissioni dell’Ilva i cittadini di Taranto e dei comuni vicini? Non ci stancheremo di ripeterlo la nazionalizzazione e l’intervento pubblico sono l’unica strada. Del resto la richiesta pressante del gruppo Marcegaglia ed altri per l’ingresso della Cassa Depositi e Prestiti nell’affare la dice lunga sulla capacità/possibilità per i privati di sostenere questa operazione”.

Preoccupato per l’allungamento dei tempi è Valerio D’Alò, segretario generale della Fim Cisl di Taranto e Brindisi. “Ancora rinvii, ancora mesi di vuoto – scrive – ogni giorno di ritardo fa peggiorare la già difficile situazione all’interno dello stabilimento Ilva di Taranto. Siamo ormai allo stremo manca la manutenzione ordinaria per la poca liquidità e ciò compromette le condizioni di sicurezza dei lavoratori. Piuttosto che riparare i mezzi si preferisce affidare a terzi le attività. Non pensiamo assolutamente che la vicenda sia di facile soluzione, tutt’altro. È forse la vertenza più complicata che l’apparato industriale italiano abbia affrontato. Questo però non può essere una scusa per accumulare rinvii e ritardi. I lavoratori e i cittadini non lo meritano. Continuiamo ad insistere che si arrivi a un punto di svolta quanto prima e che partano le opere di ambientalizzazione e di rilancio dello stabilimento”.

Critiche arrivano anche dal fronte ambientalista. “Siamo di fronte all’ennesimo decreto che avrà come primo effetto quello di procrastinare ulteriormente l’attuazione delle più importanti misure previste dall’Autorizzazione Integrata Ambientale, dalla copertura dei parchi minerali al rifacimento delle cokerie” questo il commento di Lunetta Franco, presidente di Legambiente Taranto che continua: “Le uniche modifiche al Piano Ambientale che potremmo ritenere accettabili sono quelle direttamente conseguenti ad un Piano Industriale che preveda una diminuzione della capacità produttiva degli attuali impianti e, quindi, del numero degli impianti necessari, a partire da cokerie e altiforni. E’ evidente che a fronte di una minore produzione di acciaio possono essere sufficienti parchi minerali più piccoli, ovviamente coperti, e un minor numero di cokerie e altiforni in funzione.
L’altra eventualità che per Legambiente può giustificare modifiche al Piano Ambientale, che ovviamente andranno comunque valutate con la massima attenzione, è una innovazione nel processo produttivo con l’utilizzo di tecnologie meno impattanti, in totale – come da un punto di vista ambientale sarebbe auspicabile – o parziale sostituzione di quelle attuali basate sul ciclo del carbone. Non si può rendere più appetibile l’Ilva sacrificando la salute di chi ci lavora e di chi vive nella città che ne ospita gli impianti”.

Drastico il giudizio di Peacelink. In una nota a firma di Antonia Battaglia, Fulvia Gravame, Luciano Manna e Alessandro Marescotti si avverte che con il decimo decreto “le prescrizioni da rispettare saranno riscritte ad hoc dall’acquirente. Il controllo finale di un gruppo di esperti è posticcio e puramente formale in quanto la riscrittura delle prescrizioni sarà presentata dai privati come condizione senza la quale l’acquisto non potrà avvenire. In questo modo, l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), ovvero il permesso di produzione Ilva, decade e le norme vengono fatte à la carte in funzione degli interessi privati e non dei cittadini e dei lavoratori. Ogni acquirente potrà scegliere la riscrittura e la rimozione di un certo numero di prescrizioni, a partire dalla rimozione della prescrizione n.1: la copertura del parco minerali dell’Ilva. Inutile dire che questo va contro le norme europee che non consentono sconti ma che vincolano il funzionamento dell’Ilva al rigoroso rispetto di tutte le prescrizioni del cronoprogramma Aia. Di fronte a questo nuovo decreto PeaceLink agirà in tutte le sedi per tutelare gli interessi dei cittadini di Taranto e degli operai dell’Ilva”.