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Tarantini, smettiamola di perdere tempo!

Pubblicato | da Redazione

C’è un filo sottile che, nonostante gli anni, continua a legare nell’immaginario collettivo Taranto al suo destino.

O, meglio, a quel concetto sottile e variabile che la maggior parte delle persone definisce come destino. È un filo rosso, colorIlva preciserebbe qualcuno, che congiunge la città a quella sequenza prestabilita di eventi che fanno la storia e da cui nessuno, ma proprio nessuno, potrebbe sottrarsi. Ed è questo errore capitale – che si basa anche sull’utilizzo improprio del termine destino, che in questa situazione ha più la sostanza del fato – ad alimentare tanto la pietà generale quanto l’autocommiserazione locale.  “Sei di Taranto Taranto?” ti domandano, come a stupirsi che si, a Taranto le persone continuano a nascere, vivere, muoversi. Te lo domandano sempre come se non fosse possibile, perché è una città troppo disgraziata per essere vera nel 2015, perché “non si può e non si deve scegliere fra salute e lavoro” e altri slogan dei quali è facile riempirsi la bocca, tanto alla fine non servono a niente.

Quando Antonello Venditti dice “Tarantini, siete nati sfortunati” – e poi continua annunciando la sua solidarietà – lo fa con quell’empatia romanesca e un po’ buonista, ma sicuramente priva di malizia, che aleggia in tutto il Paese nei confronti della città dei due mari. Se una cosa non puoi salvarla, o quantomeno aiutarla, almeno utilizza le parole per mostrare la tua vicinanza: sono immediate, hanno un perfetto ritorno di immagine, non costano niente. Soprattutto, non hanno conseguenze. Le scarne battute di Venditti, pronunciate come ideale incipit di un concerto, non dovrebbero farci riflettere sul rapporto fra Venditti e Taranto, ma fra l’Italia e Taranto. E dovrebbero farci riflettere sulla disperata situazione che la città vive, e che – cosa ancora peggiore – percepisce di attraversare: una catastrofe, un inferno da cui non esiste scampo. Fino a quando saremo convinti che non ci sia niente da fare, fino a quando invece di lottare per cambiare le cose continueremo a lamentarci perché “siamo nati sfortunati” e gli altri ci considerano tali, fino a quando seguiteremo a guardare il mondo andare avanti, e noi resteremo sempre più ancorati alle nostre miserie, alle logiche padrone/schiavo, al pensiero fortunato/sfortunato, non potremo che generare sterili polemiche. Polemiche in grado esclusivamente di farci perdere tempo, di farci sentire ancora più soli, alienati, allontanati e dimenticati.

Smettiamo di perdere tempo. Smettiamo di spostare l’attenzione da quello che vorremmo diventasse il nostro futuro. Oppure continuiamo a lamentarci, e rimaniamo in questa patetica melma, a disperarci per un destino che non appartiene a Taranto, perché Taranto non ha una visione politica, perché Taranto e’ eterna vittima, perché Taranto resterà per sempre nel limbo… O no?

Flavia Piccinni, scrittrice