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“E non ci lasceremo mai” – cronaca di un amore (musicale) ritrovato

Pubblicato | da Redazione

di SABRINA MOREA

E’ da tempo che i mei amici Angelo Di Leo e Michele Tursi de “La Ringhiera” mi chiedevano un contributo scritto per questa innovativa iniziativa editoriale. Avevo promesso loro che lo avrei fatto in occasione di un evento particolare per me e per i tanti seguaci ed innamorati di uno dei miti viventi del rock di tutti i tempi. Sto parlando di David Bowie, il “duca bianco”, e l’occasione è data dall’uscita del suo venticinquesimo lavoro discografico, intitolato “Blackstar”, fissato per l’8 gennaio, giorno del suo sessantanovesimo compleanno.

Il disco era stato anticipato dal singolo omonimo, il 20 novembre scorso, utilizzato come sigla per la serie tv “The Black Panther”, e già dalle prime note si percepivano la magia, la sensualità, l’alone di mistero che solo i miti degli anni ’70 hanno saputo creare. Quasi dieci minuti di ipnosi tra i suoni e la sua voce inconfondibile. Tra i crediti del disco, oltre al quartetto jazz condotto da Donny McCaslin, spunta il nome di James Murphy dei Lcd Soundsystem, così come il nome di Tony Visconti, storico produttore di Bowie.

Questi i dati tecnici di un disco che si preannuncia epocale. Ovviamente a latere, è partita una campagna di diffusione del verbo del nostro genio musicale, fatta di social media, di frammenti video, di teaser musicali, di giganteschi manifesti affissi nelle più grandi capitali del mondo, tutti riportanti solo la “stella nera”, logo ufficiale del disco. E’ stata attivata una piattaforma che permette ai fan di creare immagini sui propri profili social, applicando una maschera ispirata all’artwork del disco, per l’appunto la stella nera.
L’ultimo lavoro precedente del Duca Bianco era uscito l’8 gennaio 2013, il titolo era “The Next Day”, e sia la copertina che la poca presenza fisica del mito per la presentazione e lancio del disco, avevano fatto presagire ad una sua voluta dissolvenza nel patinato e ormai falsato panorama musicale. Invece no, ora ha voluto spiazzarci di nuovo.
Questa, in breve, la cronaca.
Ora vi scriverò cosa sta accadendo a noi, comunità bowiana. Un’attesa che non sentivo nell’aria dai primi anni ’80 per l’uscita di un disco. Telefonate intercorse tra me ed altri appassionati, con cui ci scambiamo pareri, commenti meravigliati, il rinnovo della folle corsa all’acquisto materiale del lavoro, la ricerca sul web di notizie, di foto che lo ritraggano nel suo stato attuale e soprattutto il confronto su notizie che annuncino il suo ritorno sulle scene dal vivo.
Perché tutto questo? Perché siamo romanticamente ancorati ad un’immagine dei miti musicali misteriosa, sensuale. La stessa sensazione che abbiamo provato da più giovani per questo o quell’artista, passione che ci ha portato nel tempo ad approfondire la nostra conoscenza, il nostro sapere, la nostra curiosità. Non è nostalgia dei tempi andati, ma sicuramente la consapevolezza che siamo stati una generazione fortunata, capace di coltivare il proprio io dal di dentro, nutrendoci di suoni, di immagini mai scontate, mai troppo “offerte”, come invece capita al giorno d’oggi con il contributo della tecnologia.
In particolare l’amore per David Bowie perché da sempre è stato considerato un folle, ironico, melodrammatico, tante cose messe insieme. Un insieme che spiazza, stordisce. Un turbine che disorienta.
Questo nuovo disco con il suo stile, i suoni, il sax (strumento che ha accompagnato la sua formazione giovanile), la grafica, i videoclip, la sua espressività, le rughe. Tutte cose che scorrono dentro, come se ci appartenessero da sempre.
Nei video appena pubblicati, appare un Bowie ritrovato che ha recuperato la sua fisicità, malgrado i suoi sessantanove anni, forse perché ha mandato al diavolo tutte le strategie e i trucchi per sembrare diverso (più giovane) da quello che è ora. Un uomo più stropicciato ma vivo, bello come solo lui sa essere, esposto ma libero.
Bentornato Duca, ora possiamo crescere di nuovo insieme.