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Cinquant’anni in compagnia di Gabo

Pubblicato | da Redazione

Si sa che nel 1967 i Tank sovietici invadano Praga: compagni che sbagliano.
Si sa che nello stesso anno si uccide Tenco, muoiono don Lorenzo Milani e Primo Carnera.
Si sa  anche che I doors escano con il loro primo LP, che in una botta di originalità si chiama come la band stessa.
Si sa che il 9 di ottobre del 1967 Ernesto Che Guevara venga ucciso in un agguato ordito dalla CIA a Las Higuera.
Si sa che chi mi sta leggendo ora, e che mi conosce, si stia già mettendo le mani ai capelli e stia per abbandonare la lettura di questa cartuccella digitale temendo in un nostalgico pippone sulla grandiosità di Che Guevara. State calmi, di Che Guevara non mi importa.
Si sa che esiste un libro, che chiamarlo libro è riduttivo. Uno spartiacque nella letteratura mondiale, una pietra miliare. Un romanzo formativo. Di quelli che ti cambiano la vita, il modo di leggere e di vivere.
Si sa che  tre sono i romanzi della mia vita: Le metamorfosi, di Kafka; La ricerca del tempo perduto, di Proust; Cent’anni di solitudine, di Marquez.

Si sa che di questi tre nel 1967 ne era vivo solo uno. E di quello vorrei raccontare.

E dunque si racconta la lunga genealogia della famiglia Buendia, del fantastico villaggio di Macondo, il cui nome mi ha sempre fatto pensare al girotondo dei bambini.
Un luogo fantastico, popolato da gente strana, ma di grande poesia. Josè Arcadio Buendia è il capostitipite della famiglia. Josè, sposato con la cugina Ursula Iguaràn, fugge dalla sua città natale dopo aver commesso un omicidio. Fugge insieme a 21 amici e le loro famiglie, forse anche loro avevano qualche cosa da cui scappare. Dopo aver vagato per 14 mesi una notte sogna una città fatta di ghiaccio ode pronunciare il nome “Macondo”. Così decide che quello sarà il posto dove edificare la città. Il primo nato è, ovviamente suo figlio. Aureliano Buendia.

Ora, dico io, questo mito fondativo non vi ricorda un po’ la storia di Falanto e della fondazione di Taranto? Insomma la storia di gente che scappa dalla propria città per fondarne una nuova.
Bhè, un po’ delinquentelli sia Josè Arcadio che Falanto, con buona pace di tutti gli spartanesimi ed affini.

A questo punto potrei continuare a raccontarvi tutti e venti i capitoli del libro, potrei raccontarvi proprio di Ursula Iguaràn che visse 120 anni, potrei raccontarvi di Melquiades, il mago che a Macondo portò il cannocchiale, la calamita e l’alchimia. Potrei raccontarvi di Rebeca, una ragazzina dche si presenta sull’uscio di casa con un sacco contenente le ossa dei suoi genitori e viene adottata dai Buendía. Potrei raccontarvi dell’alito mortifero, letteralmente uccideva le persone, di Remedios e della sua ascensione al cielo. Una delle pagine più belle delle lettura del Novecento. Potrei raccontarvi tante altre cose privandovi del piacere di scoprire o riscoprire Cent’anni di solitudine. Mi chiedo se sia possibile spoilerare un libro scritto cinquanta anni fa.
Mi chiedo cosa potesse pensare Marquez dell’utilizzo della parola spoilerare; direi tutto il male possibile.
Non vi racconto più nulla.

Si sa che mi piace terminare bruscamente i miei articoletti.
Si sa che poi ad un certo punto mi annoio.
Si sa che la cosa più bella del viaggio non è il viaggio stesso, ma la sua attesa e la sua organizzazione.
Si sa anche che in un libro, in un racconto, l’incipit sia la parte più importante che è come l’amore a prima vista; e dell’incipit di Cent’anni di Solitudine non potete che innamorarvene immediatamente.

“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.”