Elezioni 2017, Piani Alti
Centrosinistra, prologo dell’ennesima morte annunciata: quegli inutili appelli alla coesione…
Nel 1993 nel 1996, nel 2000, nel 2005 e, forse, o soprattutto nel 2007, quando pensava di aver vinto.
Il centrosinistra tarantino è stato in grado di allestire le più sofisticate sconfitte elettorali della breve storia civica del sistema maggioritario e dall’elezione diretta del sindaco. Con Minervini, Stefàno, Valla e Vico, il centrosinistra (che in quel decennio ha pure governato il Paese a fasi alterne) a Taranto ha giocato subendo il citismo, arrendendosi in partenza alla Di Bello e, infine, arginando l’onda azzurra pur di sopravvivere e tentare di stabilizzarsi moderatamente con Florido, al cui nome è legato il vero capolavoro politico: il tentativo vano di eleggere a sindaco il presidente in carica della Provincia, appunto, dopo aver chiesto ed ottenuto politicamente la dichiarazione di dissesto del Comune (nei numeri c’era.. ma la congiuntura politica ha avuto un ruolo di poco conto per quella deliberazione).
E siamo al 2007, quando Voccoli e Vendola ripescano dal cilindro il dottor Stefàno, ex senatore Pds, politicamente in sonno da un decennio: ed è in quell’anno che la frittata del centrosinistra viene speziata da un aroma del tutto nuovo: la politica del giorno per giorno. Stefàno, “il medico che curerà il Comune malato” vince a mani basse contro Florido sul cui nome Ds e Margherita toccheranno quote al minimo storico. Lista Florido tiene botta ma il crollo è verticale e inesorabile. Carrozzo ed Ostillio entrano a Palazzo di Città convinti di poter arginare il ciclone Stefàno da presunti alleati: il primo sarà dimesso dopo nemmeno un anno, l’Udeur scomparirà invece strada facendo, dopo una breve sosta nella prima Giunta Vendola.
Ma l’idea di un possibile sinistra-centro nel nome del medico “che curerà il Comune malato” viene improvvisamente a mancare quando il sindaco apre le porte del cda Amiu ad At6. Si, quella stessa At6 del nemico pubblico (a sinistra) n.1: Giancarlo Cito, che forse non crede ai suoi occhi e dà via libera a Ciraci.
E qua muoiono le speranze dei tarantini che in Stefàno avevano creduto. Il primo a fare mea culpa è Voccoli, che ammette l’errore di aver scelto il pediatra. Sarà un susseguirsi di adii, nomine, incarichi, dimissioni, licenziamenti in tronco, assessorati semestrali e posti drammaticamente lasciti vacanti (Bilancio, per sette anni su dieci) o ballerini (un esempio? la fondamentale delega all’Urbanistica che dopo Cervellera ha prodotto solo burocrazia…).
Il centrosinistra, che si divise al capezzale del centrodestra (febbraio 2006, dimissioni Di Bello) brindando in separate sedi, negli ultimi dieci anni è stato frantumato dalla inefficacia amministrativa e politica del sindaco Stefàno, dei suoi più stretti alleati, degli alleati di giornata e dalla logica padronale che il Pd, prima oppositore e poi sodale del sindaco in Giunta, ha vissuto al suo interno tentando di esportarne il modello nel resto della coalizione (coalizione?).
Fatta la breve, e molto superficiale sintesi, ecco che oggi non possono sorprendere ben cinque candidati a sindaco che le aree di centro e di sinistra si accingono a presentare al Comune di Taranto (11 giugno prossimo).
Tantomeno può destare impressione l’accorato appello alla coesione (impossibile) di alcuni esponenti tarantini ai partiti e ai movimenti: un documento che si guarda bene dal puntare il dito nettamente contro il decennio politico targato Stefàno. E di conseguenza non sorprende il tono della risposta fornita candidato Pd Melucci, che apre al confronto ma alza lo scudo a tutela del buon nome di chi lo candida.
Insomma, una morte, che la politica usa definire “sconfitta”, annunciata da anni e che mestamente i protagonisti si avviano a rivivere, con sfumature e percentuali che staremo a vedere: prologo di una morte (elettorale, l’ennesima) annunciata.
Ma tre mesi sono lunghi e sotto il cielo di Taranto, azzurro ed impolverato, tutto può sempre accadere.
L’APPELLO ALLA COESIONE
“È ARRIVATO IL TEMPO DELLA COESIONE PER COSTRUIRE IL FUTURO DI TARANTO”
Il momento che vive la città di Taranto è estremamente delicato, il suo futuro incerto, e pretende una visione chiara su dove questa città voglia andare e con quale percorso arrivarci per uscire dalla depressione che ormai la connota.
Il dibattito politico di questi ultimi anni ha sovente costituito uno spettacolo sgradevole confermando la disgregazione del tessuto sociale, il malessere, di una città implosa; altrettanto sembra di poter dire delle prime battute della campagna elettorale per le prossime amministrative, dove – al di là degli appelli – non si intravede quello spirito di coesione che costituisce il presupposto per poter affrontare con efficacia le sfide che ci attendono. La frammentazione sociale è rispecchiata dalla proliferazione di liste civiche, candidati sindaci, spaccature interne a partiti e movimenti, in un parossismo di autoreferenzialità, di calcoli e di diffidenza che sembra prevalere sopra qualsiasi altra, anche elementare, considerazione e sulla necessità di creare fronti ampi intorno ad un programma condiviso se davvero si ha l’aspirazione di proporre un cambiamento vero.
Si afferma una diffusa trasversalità, diretta conseguenza della crisi e della decadenza dei partiti, del distacco e del fastidio con cui i cittadini guardano alle loro beghe, ma anche dei limiti di un’esperienza civica locale incapace di misurarsi con un progetto per il futuro e che è parsa chiusa in se stessa, refrattaria al confronto, assorta nella mera gestione del presente con il corollario del mancato coinvolgimento di competenze capaci di alzarne il profilo e la stessa capacità amministrativa. E, a dire il vero, né dal governo né dall’opposizione ci si è dimostrati in grado, in questi anni, di incidere su questa impostazione deficitaria.
Il problema è che trasversalismo, occultamento di simboli, moltiplicarsi dei civismi, non affrontano i nodi che ci sono di fronte, ma puntano al più ad eluderli, in una ricerca del consenso che appare fine a se stessa sin dalle prime battute. Quello che ci serve, però, non è restare sulla linea di galleggiamento, ma riuscire a realizzare un cambiamento vero. Un cambiamento che, utilizzando le armi che la politica ci mette a disposizione, e quindi quelle dello studio, della programmazione e della mediazione tra esigenze e visioni differenti, sfidi le disuguaglianze, la povertà, la precarietà, rispondendo alla domanda di futuro che emerge dal cuore della nostra città. Un cambiamento che si prenda finalmente ed efficacemente cura dell’ambiente, dell’accoglienza, della giustizia sociale valorizzando l’ascolto e l’empatia, favorendo il confronto e la partecipazione.
Non saranno gli slogan a restituire futuro e opportunità a una città che ancora paga a caro prezzo il dissesto, non solo finanziario, provocato dalle giunte di centrodestra guidate dal sindaco Di Bello. È necessario un progetto di cambiamento ambizioso, ma non campato in aria, serio, rigoroso, che faccia perno sulle competenze proprie del Comune e sulla sua capacità di indirizzo delle risorse esterne (a partire da quelle previste dal Contratto Istituzionale di Sviluppo o destinate alle bonifiche) per ridisegnare lo sviluppo della città, mettendolo al centro dell’azione di una squadra di alto profilo, che coniughi nel suo insieme esperienza amministrativa e competenze, superando quei meccanismi perversi che in passato hanno tradotto automaticamente il consenso registrato alle elezioni in ruoli amministrativi contribuendo così – di fatto – al discredito della classe politica locale.
Un progetto in cui pensiamo debbano trovare posto:
- la pratica della legalità e della cura andando oltre la sola politica del buon esempio: contrasto al teppismo e ad episodi diffusi di inciviltà e violenza, sia direttamente che richiedendo un maggiore coinvolgimento dei poteri dello stato, e cura del territorio a partire dalla vivibilità delle sue tante periferie, dagli episodi minuti che costituiscono l’essenza della nostra vita quotidiana, dalla maggiore attenzione alle strutture e agli spazi destinate ai più piccoli
- scelte urbanistiche che puntino sulla ristrutturazione e sul recupero del patrimonio edilizio esistente, ponendo davvero temine all’espansione, e, in questa visione, una riqualificazione della Città vecchia che si basi sull’attualità dei principi che hanno ispirato il Piano Blandino, e – nel breve periodo – sul finanziamento attraverso il C.I.S. di interventi che evitino nuovi crolli di immobili, mettendoli in sicurezza, e adeguino le reti infrastrutturali primarie
- un ruolo e un futuro per le municipalizzate che parta, per l’AMAT, dall’adozione di un efficace piano strategico della mobilità che privilegi trasporto pubblico, pedonalità e ciclabilità, ridisegnando il modo di muoversi nella città e, per l’AMIU, da una gestione del ciclo dei rifiuti che assuma la centralità del riciclo, del riuso e, quindi, della raccolta differenziata
- la forte attenzione alla tutela e valorizzazione del patrimonio storico, artistico e culturale, necessario sedimento identitario, argine all’espandersi di alienanti “non luoghi”, e premessa ad una rinascita anche in senso turistico della città
- un’azione decisa volta alla bonifica del territorio tarantino e del suo mare, con particolare riferimento al quartiere Tamburi, alle aree limitrofe alla zona industriale e al Mar Piccolo, superando la passività sin qui dimostrata nei confronti della struttura commissariale
- la ferma richiesta e predisposizione degli atti volti alla rapida attuazione di interventi ricompresi nel C.I.S., con particolare riferimento all’Arsenale della Marina Militare sia in relazione all’ammodernamento legato al completamento del piano Brin che alla musealizzazione e fruibilità di una sua area, e – più in generale – allo sviluppo economico di attività alternative al comparto industriale, il massimo supporto al completamento delle opere portuali, l’adozione di politiche che favoriscano l’imprenditorialità nel settore turistico e dell’accoglienza
- un ruolo attivo e non subalterno, che si avvalga di competenze tecniche qualificate, durante l’iter di esame delle Autorizzazioni Integrate Ambientali di impianti industriali ricadenti in ambito comunale, con particolare riferimento all’Ilva ed ai procedimenti previsti a valle delle procedure di vendita dello stabilimento, volto alla difesa dell’ambiente e della salute dei cittadini
- la riappropriazione del ruolo decisionale del Comune di Taranto, in uno con la pratica del coinvolgimento dei cittadini e dei corpi intermedi nella formazione delle scelte, superando sia la frammentarietà di provvedimenti solitari o personalistici, facile terreno di coltura per clientelismi e inadeguatezze, che l’immobilismo quale forma di risposta a proteste talora comprensibili ma più spesso ingiustificate
- il ridisegno della macchina amministrativa comunale, per traguardare maggiore efficienza, capacità di dialogo e di decisione, utilizzando appieno le nuove tecnologie per favorire il dialogo con cittadini e imprese
- un welfare locale che superi le sacche di clientelismo, che si traducono peraltro in aggravio di costi per la collettività, in cui la legalità costituisca garanzia dei diritti dei deboli, che troppo spesso pagano per i furbi e i prepotenti in termini di carenza, e a volte assenza, di servizi di base e che si ponga l’obiettivo di intercettare tutte le risorse utili a migliorare la qualità della vita delle persone titolari di diritti speciali, ottimizzando l’organizzazione degli uffici preposti.
Nella nostra città, come nel resto d’Italia e di Europa, i muri, e non solo quello dell’arsenale, tornano a innalzarsi, le differenze a dividere ed escludere, la disperazione a diffondersi. Troppe forze progressiste, anche a Taranto, sembrano concentrate solo su calcoli politicistici, dimenticando vite e passioni; anche per questo avanzano i populismi e riemerge il richiamo a volte becero della peggiore cultura di destra: per fermarli non basterà costruire un fronte politico “di sistema” che faccia argine. Serve, anche qui, aprire una nuova stagione che può nascere solo in discontinuità con alcune scelte di questi anni. Occorre offrire ai cittadini una visione più ampia del ruolo che Taranto può avere nel futuro del Paese, un progetto politico e amministrativo di ampio respiro, che rappresenti la pretesa di una città di ottenere ascolto e decidere del proprio futuro contribuendo attivamente a determinarlo con la propria propositività. Insieme serve buona amministrazione, efficacia della macchina amministrativa, politiche sociali e fiscali che tutelino i più deboli e aiutino i più giovani. Serve una politica competente, efficace – oltre che onesta – capace di aprirsi al confronto e favorire la partecipazione, una politica gentile che prediliga il dialogo agli insulti e agli slogan, che abolisca dal suo linguaggio l’odio, il rancore, la divisione amico/nemico.
Crediamo che l’eredità drammatica del dissesto e i limiti del civismo in salsa jonica non si superino aumentando la frammentazione degli attori politici, destinata peraltro a generare automaticamente una limitazione delle basi di consenso democratico dei prossimi “governanti”, in una folle rincorsa ad “impadronirsi” in pochi del potere pensando di risolvere così il problema della condivisione delle scelte o di tagliare i nodi della gestione di una città complessa. La politica non si rinnova con una mano di vernice o cercando il salvatore della patria di turno, ma accettando davvero la sfida di un salto di qualità e ripartendo dal concreto delle scelte, anche delle persone, che siano garanzia di un percorso comune, che puntino a unire piuttosto che a dividere, a ricostruire coesione sociale. Le scorciatoie che aprono le porte a nuovi autoritarismi o a gattopardesche dissimulazioni non sono la soluzione: c’è bisogno di convincere più che di puntare in ogni modo a vincere. Ne ha bisogno la città, a partire da quella più debole, da quella che soffre e avrebbe più ragioni di urlare e invece, spesso, resta muta, silente, attonita, preda della sfiducia. Ne hanno bisogno i giovani, quelli che scappano altrove, alla ricerca di chance che qui non trovano, e quelli che restano, forse solo perché non sanno dove andare.
A chi sta con loro, a partire dalle forze e dalle persone che si ispirano ai valori della sinistra e credono nella sua capacità riformatrice, facciamo un appello a ritrovare le ragioni della costruzione di una sfida più alta, che guardi all’unità di tutto il centrosinistra piuttosto che alla coltivazione di un orticello; ragioni che stanno alla base di un progetto condiviso e non dell’occupazione di un potere o dell’affermazione di un ego ipertrofico, di una democrazia partecipata e non della spartizione delle sue spoglie.
C’è bisogno forse che ognuno faccia un passo indietro, per poterlo poi fare avanti insieme, ma, se si vuole, c’è il tempo per costruire qualcosa di buono, per far emergere idee e persone che possano unire ciò che sino ad oggi è rimasto diviso, e rischia – per questo – di votarsi alla irrilevanza. Il tempo per riportare questa città a guardare con fiducia al suo futuro.
FIRMATO DA Saverio Carlucci, Alfredo Cervellera, Lino De Guido, Annarita Di Giorgio, Francesco Falcone, Giuliano Farina, Mario Gentile, Andrea Lumino, Elena Modio, Massimo Moretti, Franco Pasanisi, Marcello Presta, Filomena Principale, Walter Poggi, Mimmo Pulpo
LA RISPOSTA DI MELUCCI (candidato sindaco Pd e dei suoi alleati)
Lettera aperta alla città e alle forze di centrosinistra del candidato sindaco Rinaldo Melucci
Entra nel dibattito politico il candidato sindaco Rinaldo Melucci che dopo l’appello all’unità lanciato da alcuni rappresentanti del mondo delle associazioni, delle professioni e del sindacato scrive di suo pugno una lettera aperta rivolta alla comunità e in particolar modo alle forze politiche che animano la coalizione di centrosinistra.
Nel testo il candidato sindaco richiama l’attenzione sulla necessità di un dialogo sulla base di un patrimonio culturale ed etico comune e mette in guardia sul pericolo di una nuova tempesta di impreparazione e approssimazione.
Di seguito il testo.
Chi va per mare sa bene che spesso i nostri venti mutano in fretta forza e direzione nelle stagioni di passaggio. Basta farsi trovare pronti a bordo, avere la flessibilità del giunco, per la sicura stabilità della chiglia, pronti a non farsi travolgere dalla prossima onda impetuosa. La nostra comunità è in una simile primavera, come se stesse scrivendo un sontuoso romanzo di formazione destinato a farci crescere e non regredire ancora.
La brezza sta cambiando in questo pomeriggio fatto di nuovi profumi e colori, che ancora stentiamo a riconoscere e ad avvertire come veramente nostri. E se è vero che, a dirla con le parole di Gramsci, tutto è politica, occorre ad ognuno di noi una certa dose di adattabilità alle nuove questioni della politica, se si vuole conservare la speranza autentica di un cambiamento radicale della nostra società.
In questo frangente, vogliamo convenire con quel manipolo di cittadini consapevoli e responsabili, che intuiscono la brusca virata dettata da certi comunicati, da certi spettacoli, che da più parti rivolgono un invito alla coesione, che al di là del valore dello stare insieme e del dialogo, non può risolversi in una trasversalità ecumenica, informe, senza patrimonio culturale, senza una radice di civiltà.
Nei giorni della tempesta perfetta per la nostra città, troppi tra noi, pur armati di legittime recriminazioni e delle migliori intenzioni, si attardano ancora nel correggere la rotta, senza accorgersi che sulle coste care a Falanto sta per abbattersi l’ennesima tempesta di impreparazione, approssimazione, intolleranze verso gli avversari politici che in questi anni hanno prodotto il nostro ulteriore isolamento.
Mentre io sogno una città plurale, aperta. Aperta anche al contributo di chi per anni ha tenuto acceso il fuoco della denuncia ambientale ed epidemiologica. Occorre dunque ritrovarsi con convinzione nello spazio che è proprio di questi valori che, per chi scrive, è quello del centrosinistra, quello di respiro europeo, non del piccolo cabotaggio al quale siamo stati, ahinoi, abituati di recente.
Il pericolo di questa tempesta è subito all’orizzonte ed è lo scoglio sul quale si sono infrante politiche autoritarie, quelle che ci hanno consegnato il lascito del dissesto economico più grande della storia repubblicana del nostro Paese, quelle che ci hanno reso per anni lo zimbello dei media internazionali, quelle che ci hanno fatto diventare una grigia periferia di Europa, senza quei profumi e quei colori di futuro, ai quali i nostri concittadini stanno adesso aspirando. Ai marinai della politica diciamo oggi che nulla, non banali questioni di metodo, non negoziazioni troppo premature, non vecchie ruggini personali, non le bandiere di partito, non impercettibili sfumature programmatiche, nemmeno circostanze del tutto private dovrebbero influire sulla decisione di approdare, qui ed ora, a quel porto di dignità e serietà rappresentato dal centrosinistra. E poiché l’indignazione dei nostri famigliari, dei colleghi, dei compagni di viaggio e di tutti gli altri concittadini monta fragorosa, giorno dopo giorno, usiamoci almeno la decenza di non nasconderci dietro al dito delle ormai consumate responsabilità del principale partito, della notorietà del candidato o di qualunque altra scusa, buona solo per saltare l’appuntamento con le responsabilità anche questa volta o, peggio, utile solo a ritagliarsi un posticino al caldo del prossimo Consiglio Comunale e pazienza da quale direzione arrivino i raggi del sole. A scrivere un pensiero simile, viene la vergogna.
Resto dell’idea che quella città che io immagino in grado di nascere e crescere di nuovo, sia già dentro l’animo di ognuno di noi e che quei “fronti ampi intorno a un programma condiviso” si possano ancora realizzare. Basta incontrarsi fuori dal recinto del pregiudizio e finalmente sarà “buon vento!”.
Rinaldo Melucci
Candidato Sindaco Centrosinistra