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Emigrante? No, ‘fuorisede’ con un dubbio nella valigia
L’altra sera hanno trasmesso un lungo servizio sulla mia città di origine (Taranto): sono stata pervasa da sentimenti contrastanti…nostalgia mista a rabbia…rabbia verso la città, verso chi l’ha amministrata, verso chi la violenta….ma rabbia anche verso me stessa… per essermene andata e non essere più tornata, per non aver fatto in fondo mai nulla per la mia città….
Mi sono trasferita a Milano nel 2001 per frequentare la facoltà di Economia, ed in particolare Economia delle PA. Il mio bagaglio: pochi soldi, molte speranze e – allo stesso tempo – tante paure. Ero ufficialmente diventata una “fuori-sede”.
Non riesco a ricordare con chiarezza la genesi della scelta della città e neppure della facoltà. Non saprei dire con esattezza se le motivazioni che adduco oggi durante i colloqui di lavoro (passione per i servizi sociali e il settore pubblico in generale, prestigio dell’Università scelta) siano quelle che avevo realmente in testa all’epoca o piuttosto frutto di una ricostruzione ex-post dei fatti. Però mi ricordo che nel corso dell’ultimo anno di Liceo, la domanda ricorrente era “Dove andrai dopo la maturità?” e non “Cosa farai dopo la maturità?”, come se, di base, si desse per scontato il dover “andare da qualche parte”, “andarsene via”, considerando la scelta di “restare” un’eccezione ed un’alternativa poco probabile.
Da allora, nella mia mente (e nel mio cuore) è sempre rimasta viva quella – più o meno reale – opzione di “tornare”, che, ad oggi, non è mai stata sottoposta alla prova dei fatti (ossia una concreta e reale offerta di lavoro competitiva in termini contrattuali e retributivi con la mia occupazione attuale).
Durante gli anni dell’Università ho provato una particolare invidia per i miei colleghi provenienti da città come Piacenza, Novara, Vercelli: abbastanza lontani per non dover frequentare da pendolari e abbastanza vicini per tornare a casa all’occorrenza (per una febbre, per un problema o semplicemente per un pranzo domenicale).
E’ un po’ che mi interrogo su cosa provi – a distanza di anni – chi ha fatto le mie stesse scelte. Allora ho provato a chiederglielo, più o meno formalmente.
Gli amici a cui l’ho chiesto hanno tutti più o meno fra i 30 e i 40 anni, sono tutti laureati, e la quasi totalità di loro ha lasciato Taranto a 18 anni per frequentare l’Università. Tutti, più o meno con facilità, hanno trovato lavoro dopo gli studi. Tutti lontano da Taranto.
Quando, ho chiesto loro che speranze avessero quando sono andati via da Taranto, uno di loro mi ha risposto “laurearmi e cercare un futuro alternativo a quello di mio padre, cioè di 40 anni da operaio all’ILVA. Nel mio piccolo credo di esserci riuscito e non mi aspettavo nulla di cosi diverso da quello che ho avuto”.
La domanda su cui i miei interlocutori si sono spaccati maggiormente è stata “torneresti a vivere a Taranto?”. Da 18enni convinti di voler andare via, alcuni si sono trasformati in 30enni che non tornerebbero mai indietro, perché convinti che “Taranto non possa offrire nulla ad oggi di ciò che è il minimo per una vita decorosa e con un minimo di soddisfazione”. Alcuni immaginano di tornare più avanti, a condizione di potersi concedere quello che a Milano non è ottenibile dato l’alto costo della vita, perché “a Taranto la vita è più semplice e tranquilla”.
Alcuni pensano che è più facile che si trasferiscano qui i propri genitori. Ed alcuni vorrebbero tornare semplicemente perché “è casa”.
Stefania Stea