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Titanic vent’anni dopo, tre giorni all’Ariston

Pubblicato | da Redazione

16 Gennaio 1998: con qualche mese di ritardo rispetto alle sale americane, arrivava anche in Italia il kolossal di James Cameron, e con sé quella Titanic-mania tanto travolgente quanto inaspettata.

Perché le cronache dal set raccontavano di una lavorazione degna dei grandi disastri annunciati alla Cleopatra, o delle avventure ossessive alla Apocalypse Now e Fitzcarraldo. Con un regista megalomane e determinato a portare a casa il suo film contro tutte le avversità, investendo soldi propri all’ennesimo sforamento del budget, impiegando tecniche digitali all’avanguardia, ma con una ricostruzione a grandezza quasi naturale dello storico transatlantico della White Star Line. Non che il canadese fosse mai stato un tipo facile, intendiamoci: i precedenti Terminator 2 e, soprattutto, The Abyss, l’altro suo film “acquatico”, erano stati tutt’altro che una passeggiata, ma con Titanic il giudice era l’assoluto realismo della ricostruzione, la cura maniacale del dettaglio e le sfuriate di un autore-comandante che cercava di governare la materia con piglio dittatoriale. Tutto per riprodurre in maniera concreta lo spettacolare affondamento, con la chiglia del Titanic che nel momento topico si spezza in due tronconi, mentre si consuma una irresistibile storia d’amore fra due mondi: quello dell’avventuriero Jack Dawson/Leonardo Di Caprio, povero ma di gran cuore, e l’altro di Rose/Kate Winslet, ricca ma infelice in una vita che sembrava già aver scritto il suo destino. Realtà e finzione quindi si sovrappongono in un gioco di specchi che – Cameron stesso immaginiamo non lo sapesse ancora – scrivevano la fine di un modello produttivo basato sulla materialità del set e già aprivano le porte alla smaterializzazione digitale che lo stesso autore avrebbe poi rifondato con il successivo Avatar.

Spianando nel contempo la strada alle narrazioni-fiume dei blockbuster contemporanei, rompendo definitivamente la barriera delle tre ore, oggi diventate quasi la norma per un film destinato al grande pubblico. Ripensare a Titanic oggi significa quindi guardare già al nostro presente, ma con gli strumenti del passato: a un’epoca che aveva fiducia nel futuro e mostrava i muscoli, ma senza replicare l’infausto destino di una nave “inaffondabile”, che doveva simboleggiare l’ingresso in grande stile nel nuovo secolo, salvo crollare miseramente sotto i colpi alla fiancata inflitti da un iceberg dell’Oceano Atlantico nel viaggio inaugurale. Il pubblico rispose come allora si poteva fare: con file sterminate al botteghino e, soprattutto, con i giovani (e non solo) che tornavano costantemente a rivederlo. Agli albori di un’epoca che ancora non conosceva lo streaming o i siti dove scaricare il cinema sui portatili, Titanic era divertimento da sala cinematografica per eccellenza. A Taranto si ricordano ancora le file al Cinema Fusco nei lunghi mesi di programmazione, la ritualità di gruppo insita nel tornare ancora una volta a tifare per Jack e Rose. Qualcosa che non si riassume insomma soltanto nel primato dei due miliardi di dollari d’incasso o negli 11 Oscar alla Ben-Hur: è un’emozione che il tempo non ha sopito e che ciclicamente permette anche al transatlantico di tornare a navigare sullo schermo. Nel 2012 lo stesso Cameron ha infatti promosso una riedizione in 3D e ora tocca all’evento di tre giorni per il ventennale l’8, 9 e 10 Ottobre, a Taranto al Cinema Ariston. Un film che dopo vent’anni continua il suo cammino, insomma, come nella celebre canzone di Celine Dione, My Heart Will Go On…

 

Davide Di Giorgio