Taranto, salute e lavoro: questioni senza risposte

Taranto, salute e lavoro: questioni senza risposte

Tutto quello che è accaduto, anzi che non è accaduto, intorno all’Ilva di Taranto dal 26 luglio 2012 ad oggi deriva dall’inchiesta Ambiente svenduto che vede imputate a vario titolo 44 persone accusate, tra le altre cose, di disastro ambientale. I magistrati hanno posto la loro attenzione sulla salute degli operai e dei cittadini, hanno individuato delle ipotesi di reato ed hanno usato gli strumenti a loro disposizione per evitare che questi reati si perpetrassero, disponendo che fossero interrotti quei processi produttivi causa di “malattie e morte” in fabbrica e in città.


E’ bene ricordare qual è la genesi dei fatti che scorrono oggi sotto i nostri occhi perchè, talvolta, più o meno consapevolmente, si dimentica. Quasi subito, però, le esigenze di tutela della produzione e la strategicità dell’acciaio sfornato a Taranto per il Pil nazionale, sono diventate preminenti rispetto alle questioni poste dall’inchiesta e sono state sostenute con un impianto tecnico-legislativo appositamente costruito dai governi che dal 2012 ad oggi si sono succeduti alla guida del Paese.



Così l’Ilva è passata dai Riva ai commissari statali. Una gestione che, in questi anni, ha scontentato tutti lasciando in eredità centinaia di milioni di euro di lavori non pagati alle imprese di Taranto, uno stabilimento invecchiato in cui manutenzione ordinaria e straordinaria sono state tralasciate, nel quale sono aumentati i rischi e la precarietà dei lavoratori. Gli impianti, teoricamente ancora sotto sequestro, non si sono mai fermati e il loro risanamento, di fatto, non è iniziato o è allo stato embrionale.

Ad un certo punto il Governo si è reso conto che non ce l’avrebbe fatta ancora per molto a tirare la carretta Ilva ed ha deciso di vendere le acciaierie. L’ha spuntata AmInvestCo. I franco-italico-indiani di Arcelor Mittal-Marcegaglia dicono subito che intendono mandare a casa oltre 4000 lavoratori e che vogliono diluire fino al 2023 gli interventi in campo ambientale che, in alcuni casi, sarebbero già dovuti essere ultimati.

Eppure scoppia il patatrac. Il ministro Calenda, all’improvviso, smette l’abito grigio fumo che indossava quando ha vistato la proposta formulata da AmInvestCo e si presenta al tavolo con i sindacati indossando la calzamaglia da supereroe e levando il suo scudo protettivo contro gli industriali cattivi. Applausi festanti ed espressioni di giubilo tra i lavoratori in sciopero verso i quali, per l’ennesima volta, viene agitato il ricatto occupazionale che il Governo sapeva sarebbe stato sventolato.


Arriviamo ai giorni nostri. Operai e cittadini di Taranto sono la stessa cosa. Respirano la stessa aria. Vivono gli stessi disagi. Possono avere opinioni diverse, ma questo accade pure nella stessa famiglia. Operai e cittadini, cioè i tarantini, sono l’anello debole di tutto quello che (non) è accaduto intorno all’Ilva in questi anni. Hanno subito decisioni prese da altri e ne pagano le conseguenze. Sono disoccupati, ammalati, in cassa integrazione, hanno la polvere di minerale sul balcone, per campare lavorano in condizioni insalubri, sono angosciati perchè i loro figli sono senza futuro. E, di sicuro, sono molto incazzati.

C’è poco da scherzare, quindi. E c’è poco da riunirsi a porte chiuse. Anzi, la trasparenza delle discussioni, delle decisioni, delle strategie che si assumono dovrebbe essere la priorità a tutti i livelli di rappresentanza: politica, sindacale, di cittadinanza. La strada dell’eremo può essere insidiosa oltre che costituire un limite all’agibilità democratica. Ma soprattutto crediamo sia un errore in un momento in cui bisogna saldare la città, non dividerla in compartimenti stagni. Taranto ha bisogno di ricomporre una frattura sociale che c’è, inutile negarlo. Oggi Taranto è una città preoccupata per il lavoro e per la salute e non vede risposte esaustive né per uno, né per l’altro problema. Questo alimenta la sfiducia verso chi governa, verso chi amministra e chi esercita un ruolo di rappresentanza come testimoniano drammaticamente le percentuali sempre più elevate di astensione dal voto.

In apertura di questa riflessione abbiamo ricordato la genesi della vicenda Ilva e di come, negli anni, le questioni poste dai magistrati siano passate in secondo piano. Nonostante tutto il confronto con AmInvestCo non verte solo sui livelli occupazionali ma riguarda anche l’attuazione degli interventi per contenere le emissioni inquinanti sulla città. Su questo argomento, però, non c’è una specifica rappresentanza. Né può bastare la presenza delle organizzazioni sindacali.

La frattura sociale che dilania Taranto, in parte, è figlia anche di questo vulnus. Ricomporla non sarà facile e forse nemmeno possibile. Ma questo lo si potrà dire dopo averci tentato, affermarlo dogmaticamente è sbagliato. Il ruolo di mediazione tra le diverse anime della comunità compete alle istituzioni, che invece, di cogliere e recepire le diverse sensibilità, talvolta, si comportano in modo divisivo. Governare non significa solo scegliere e decidere, ma anche ascoltare; un’abitudine che si va perdendo ed è questo uno degli sforzi che tutti dovremmo compiere. Partecipare non solo per parlare, ma per ascoltare gli altri. Questo è vero confronto. Ovviamente a porte aperte!


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