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“Tara”, un cineasta tedesco e una regista veneta raccontano il fiume di Taranto

Pubblicato | da Redazione

A Taranto c’è un fiume di nome Tara, dal greco Taras, il nome dell’eroe mitico che i Greci consideravano fondatore della colonia. Il fiume scorre nella periferia industriale della città tra la folta vegetazione, melmoso, quasi nascosto, oltre le strade, ma conosciuto e amato da chi l’ha frequentato e continua a frequentarlo nonostante la cattiva condizione delle sue acque, ma che continua ad attirare per il suo fascino intriso di misticismo dal momento che alle sue acque si attribuiscono poteri curativi.

A questo fiume, alle persone che lo popolano, ai suoi dintorni e, più in generale, a Taranto è dedicato “Tara”, il documentario del cineasta tedesco Volker Sattel e della regista veneta Francesca Bertin che sarà presentato presso lo Spazioporto/Cineporto di Taranto (Via Niceforo Foca 28 – zona Porta Napoli) il 6 aprile alle ore 19, alla presenza degli autori. Ingresso libero.

“TARA” è la seconda collaborazione di Sattel e Bertin dopo il film “La cupola” del 2016. Il fiume tarantino è il personaggio principale del film, attorno a esso ruotano le tante figure che lo eleggono a posto privilegiato di incontro, di storie, a volte di leggende. Sono adulti e giovani. Fanno il bagno, si tuffano, stazionano, parlano, giocano. Le cose accadono sopra e sotto la superficie del Tara.

Al di là, in lontananza, esistono quartieri, ponti, edifici industriali, case antiche, giardini, posti abbandonati, luoghi da scoprire al pari del fiume e delle sue pieghe naturali, che servono ai registi per comporre un ritratto corale, sociale e ambientale.

Sattel e Bertin si immergono in questo set alternando al realismo strati più onirici, si pensi alla cavità di un albero percorsa da due donne che sembra fare da passaggio per entrare in un’altra dimensione. Il film dà voce al contrasto tra natura e sviluppo industriale, tra gli antichi rituali agricoli e il sogno ormai in frantumi della modernità, rappresentato dal colosso siderurgico.

Alla fine si torna alle zone del fiume, ai ragazzini che camminano e chiacchierano, con la macchina da presa che si allontana da loro. Un film di vicinanze e distanze per riflettere, da un punto di vista inedito, sulla «questione Taranto», una città dove sacro e profano s’intrecciano, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo che germogli e mostri una realtà diversa.