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Squid Game, perchè piace la serie Tv che divide e fa discutere?

Pubblicato | da Michele Tursi

Squid Game, la serie tv di Netflix, firmata dal sudcoreano Hwang Dong-hyuk è diventata un successo planetario ma soprattutto un caso televisivo che divide e fa discutere.

La storia è quella di un gruppo di disperati, 456 per la precisione, reclutati da una sorta di “Spectre” in salsa orientale che organizza un gioco con un montepremi a nove zeri. Le regole, apparentemente semplici nascondono una crudele verità: chi perde viene ucciso.

Le dinamiche che muovono la serie tv fanno leva sulle debolezze umane, sulle sconfitte e sulla speculare voglia di rivincita e di riscatto. A dominare azioni e destino dei giocatori è l’enorme ampolla ricolma di banconote che costituisce il montepremi. Un montepremi che aumenta ogni volta che muore un giocatore.

Tra alleanze e tradimenti i dubbi si susseguono mentre i giochi mettono in discussione certezze e alimentano nuove speranze. Ci si salva da soli o in gruppo? Fin dove si è disposti ad arrivare per soldi? Anche dietro le maschere degli aguzzini, però, ci sono degli uomini. Il loro vissuto, inevitabilmente, ne condizionerà le azioni. Nel bene. E nel male.

L’ingranaggio narrativo di Squid Game è immediato e piuttosto semplice. I personaggi rispondono a precisi stereotipi ed i loro comportamenti sono perlopiù prevedibili. E allora, come si spiega il successo planetario? Nulla di nuovo su questi schermi. Gli antichi romani si accalcavano sugli spalti delle arene per assistere ai combattimenti dei gladiatori: chi vinceva conquistava la libertà. In Squid Game riecheggiano quelle stesse atmosfere e anche i giocatori si fronteggiano sì per il montepremi, ma soprattutto per non soccombere nel più innocente dei giochi trasformato in una trappola crudele e mortale.