Cinema, Cooltura
Spielberg prima di Wikileaks, The Post e i Pentagon Papers
Il thriller è la verità, la suspense è appesa alla sua rivelazione. C’è un giornale, ci sono l’editore e il direttore e poi ci sono gli investitori, le banche e infine i lettori, ovvero il popolo americano. E c’è soprattutto una notizia, basata su informazioni segrete sfuggite di mano a uno Stato che ha incastrato il paese in una guerra, quella del Vietnam, che sapeva di non poter vincere…
“The Post” è questo, un dramma civile con eroi e soprattutto eroine che stanno in bilico tra la verità da rivelare, un governo che tenta di tenere in ombra le sue colpe, la difficile scelta se pubblicare la notizia in onore della libertà di stampa o temere il giudizio di una corte che si innalza minaccioso. Steven Spielberg elabora la sua epica civile sulle ore disperate di una redazione, quella del Washington Post, che all’inizio degli anni ’70 si ritrovò tra le mani i “Pentagon Papers”, una ingente mole di documenti coperti dal segreto di stato, che dimostravano come il governo degli Stati Uniti per trent’anni aveva portato avanti in Vietnam una guerra che aveva capito sin da subito di non poter vincere. La scelta se pubblicare o no quel materiale, nonostante il divieto già imposto da una corte al concorrente New York Times, sta tutta sulle spalle del direttore Ben Bradlee e soprattutto su Katharine Graham, proprietaria della testata di famiglia, alle prese con il rilancio del giornale in difficoltà economiche.
Tom Hanks e soprattutto Meryl Streep sono i due piatti della bilancia di una giustizia che Spielberg elabora come vissuto interiore del rapporto etico tra individuo e società. Per lui ciò che rende umano l’uomo, ciò che determina la sua grandezza, è la sua capacità, la sua scelta, di fare la cosa giusta: Spielberg non si discosta mai da questa idea fondamentale nel suo cinema, un vero e proprio principio di direzione morale ed estetica, che governa le scelte dei suoi “eroi” tanto quanto ogni singola inquadratura, ogni movimento di macchina, ogni sfumatura dei suoi film. Ad un passo dal “Ponte delle spie”, Steven Spielberg stringe ancora in pugno il rapporto di fiducia tra l’America e gli uomini che ne difendono i principi basilari. “The Post” è un dramma intinto nel grigio di un’epoca che brancolava nel buio: Nixon, ad un passo dal Watergate, dominava con la volgare violenza della sua personalità, rappresentato da Spielberg come un’ombra di cera dietro la finestra dello studio ovale, quasi prefigurazione di un Donald Trump a venire, che con le rivelazioni e la stampa ha un rapporto non meno difficile. C’è dolore, paura ma anche fiducia in questo film. Spielberg se ne fa carico e illumina di taglio il nostro presente.