Cinema, Contributi
Revenant, che sia la volta buona per Di Caprio?
Revenant lo vedi per DiCaprio, perché circola voce che questa volta l’Oscar glielo danno davvero e che se lo meriterebbe pure – il che non ci stupisce affatto, visto che è indubitabilmente bravo, semmai ci stupisce che ancora quelli dell’Academy facciano gli gnorri… E Revenant lo vedi anche perché è uno di quei film performance, in cui un po’ tutti sono chiamati alla grande prova:
DiCaprio, appunto, che attraversa un calvario fisico e attoriale destinato a restare negli annali; il messicano oscarizzato Alejandro Gonzáles Iñárritu, regista la cui possanza tecnica ed espressiva si acclara ulteriormente in questo film di frontiera architettato come una prova di virtuosismo cinematografico; e, non da ultimo, lo spettatore, al quale è richiesto l’esercizio di assistere a uno spettacolo di grandi spazi naturali, poche parole e molti silenzi, condito con selvaggia violenza, umanità disumanizzata e senza redenzione, e minutaggio spinto oltre le due ore e mezza.
Del resto l’eccezionalità sta tutta nel personaggio reale che sta alla base del film, tal Hugh Glass esploratore alle origini dell’America, sopravvissuto all’attacco di un grizzly nei boschi tra il Montana e il Dakota durante una spedizione del 1823, abbandonato dai compagni perché creduto morto e invece ritornato alla base dopo aver vagato senza viveri e gravemente ferito per oltre 320 chilometri. DiCaprio lo interpreta col bianco furore del giusto che vive in armonia con lo spirito dei luoghi e subisce l’oltraggio degli invasori al pari degli indigeni: ha sposato una donna indiana poi uccisa dai bianchi ed ha avuto da lei un figlio che ora porta con sé come scout.
Lo spartiacque tra bene e male è tutto disseminato nello spirito di sopravvivenza in un dramma di frontiera che riscrive per l’ennesima volta il mito fondativo del grande popolo americano, come già avvenuto al cinema da Soldato blu di Ralph Nelson a Uomo bianco, va’ col tuo dio (la prima versione cinematografica della storia di Glass, diretta nel ’71 da Richard C. Sarafian), da Balla coi lupi di Costner a New World di Malick… Si tratta di spingere un po’ oltre l’asticella del sentimento di crudeltà su cui si basa il nostro presente, raffigurando gli albori di una civiltà incrudelita già nelle sue origini. Il film è, in questo senso, di una nettezza disarmante: Iñárritu contrappone la limpida purezza della natura all’artificio di un uomo che striscia tra fango, sudore e polvere da sparo, in lotta con se stesso, traditore del suo simile, incapace di umanità.
Rispetto al precedente Birdman e anche ai suoi film della gloria (Babel e Biutiful in particolare), Revenant è per Iñárritu un esercizio di libertà, in cui lo spazio naturale si fa carico di elargire una magniloquenza che lavora in sintonia con lo stile performativo della sua regia, tutta virtuosismi ed estetismi. Non c’è spazio per lambiccamenti psicologici alla 21 grammi o per distorsioni paranoiche alla Birdman: Revenant è materia grezza levigata per risplendere in forma filmica perfetta. Il film regge con nettezza la sua durata, cerca un punto di equilibrio per il dramma umano del protagonista nella sottrazione psicologica cui lo sottopone (e infatti le parti meno riuscite del film sono i flashback “alla Malick” in cui ricorda la sua vita felice con la moglie e il figlio), si spinge con efficacia nell’articolazione per l’eroe di una nemesi che insiste sulla funzionalità logica del suo ignobile operato: ad interpretarlo, anche se si fatica a riconoscerlo, è quel magnifico attore che risponde al nome di Tom Hardy, e tanto basta a capirci
In programmazione al Savoia di Taranto, al Metropolitan di Ginosa, al Verdi di Martina Franca e al Vittoria di Sava