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Paterson: la poesia e la realtà delle cose

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 Al Bellarmino il film di Jim Jarmush in vetta alle Top Ten della critica di tutto il mondo. 

Non c’è Top Ten dei film del 2016 in cui non figuri: Paterson di Jim Jarmush (che, per inciso, è stato il vincitore morale – ancorché mancato – di Cannes…) è il film più amato dai critici del prestigioso webmagazine italiano Duels.it, è sul podio della classifica dell’altrettanto prestigioso Cineforum.it, i rigorosissimi esperti di Sentieriselvaggi.it gli avevano assegnato la loro personale Palma d’Oro dalla Croisette (ex aequo con un altro grandissimo film: Elle di Paul Verhoeven) e persino i britannici di Sight & Sound lo tengono tra i dieci migliori dell’anno appena concluso, così come la bibbia hollywoodiana Variety… Insomma, se amate cavalcare l’onda del Cinema di qualità, Paterson (a Taranto in programma al Cinema Bellarmino) è inconfutabilmente uno di quei film da non perdere: ha la leggerezza e la sostanziale profondità di un haiku, verseggia con la quotidianità raccontando una storia d’amore ma anche una città post-industriale, affascina con il rigore di un modo di filmare placido e ponderato, intriso di lirismo ma anche di ironia.

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Paterson è il nome di una città del New Jersey dal passato industriale sfiorito nel corso degli anni e Jim Jarmush ne fa lo scenario, sospeso sul tempo interiore ma pulsante di vita e figure, in cui si muove il suo protagonista, che si chiama anche lui Paterson, come la città in cui vive e lavora, ed ha il volto di Adam Driver, uno dei migliori attori americani dell’ultima generazione (lo vedremo presto anche in Silence di Scorsese). Paterson è un autista di bus cittadini, ovvero, per dirla con Jarmush, un “working-class guy but also a poet”. Già, perché questo conducente che ogni giorno sul suo bus attraversa la città ascoltando le storie dei passeggeri, è anche un poeta: sul suo quaderno scrive i suoi versi che tagliano liricamente la realtà, spicchi di vita tra dettagli, sentimenti e osservazione, seguendo l’ispirazione che gli viene dal suo poeta preferito, William Carlos Williams, che a Paterson è a lungo vissuto, dedicando alla città un intero poema.

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Jarmush diffonde tutto questo in un film che sta serenamente nello spleen dell’eterno ritorno esistenziale cui il suo protagonista si affida giorno dopo giorno: la pedissequa ma mai scontata ripetizione di una quotidianità che offre un ritratto sospeso tra il realismo malinconico dei dipinti di Edward Hopper (fondamentali le scene nel pub di Doc, dove Paterson lascia sfumare ogni sera le sue giornate) e la saggezza dell’osservazione cantata proprio da William Carlos Williams  (“Nessuna idea, se non nelle cose”, dice in un verso del suo poema). E poi c’è, non meno importante, la storia d’amore, ché Paterson vive con Laura (l’attrice iraniana Golshifteh Farahani: bellissima e straordinaria nel suo equilibrio espressivo), piuma di femminilità esotica propensa al culto del Bello, ricolma di sensibilità artistica, intenta a trascorrere le sue giornate dipingendo in bianco e nero quadri, tende e abiti, cucinando piatti esotici, imparando a suonare la chitarra per diventare – questo è il suo sogno! – una cantante country… Assieme a loro c’è Marvin, terzo lato del triangolo drammaturgico: un piccolo cane dal muso indisponente di un bulldog, perfettamente in linea con lo stile determinato e silenzioso del film, non poco geloso della sua padrona e destinato ad avere un ruolo tutt’altro che secondario nella risoluzione psicologica e umana del protagonista: l’inespressa tristezza di Paterson, il blues che risuona nella sua esistenza che rischia d’improvviso di trovarsi priva di bellezza, dunque priva di senso…

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