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Parla il prof. Assennato: Taranto, l’Ilva e… il sonno della ragione

Pubblicato | da Redazione

“Per uno specializzando in medicina del lavoro come ero io nel triennio 1973-75, entrare all’Italsider di Taranto era come per un ballerino visitare La Scala o per un calciatore essere a San Siro in occasione del derby: una concentrazione incredibile di impianti e tecnologie e un ventaglio di esposizioni professionali tanto ricco da riempire da solo un intero trattato di Medicina del lavoro. Eppure c’era anche il tragico palcoscenico di centinaia di morti bianche; quasi tutte tra gli operai dell’appalto privi della minima formazione per muoversi in un ambiente rischiosissimo”.

Inizia così una lunga riflessione che il professor Giorgio Assennato ha pubblicato sulla sua pagina Facebook. L’ex direttore generale di Arpa Puglia, finito nell’inchiesta Ambiente Svenduto, ha dedicato a Taranto ed alle sue enormi problematiche ambientali e sanitarie una bella fetta della sua carriera di studioso, si è battuto per rendere disponibili i dati scientifici e si è speso affinchè questi fossero tradotti in azioni concrete a beneficio della collettività. Per questo crediamo che le sue parole siano un utile contributo alla discussione seria, quella cioè che non vuole nè strumentalizzare i problemi, nè rinviarne la soluzione. Ecco cosa scrive Assennato.

Giorgio Assennato

“Quelle morti erano per definizione evitabili e attribuirle al fattore umano era l’alibi immorale di un imprenditore pubblico spregiudicato. Nessuno propose di fermare gli impianti, pur in presenza di una inaccettabile ed incontestabile “epidemia” di morti bianche. Le morti parlavano da sole, non c’era bisogno di complessi monitoraggi ambientali o di sofisticate metodologie epidemiologiche per evidenziarle. Ma la società tarantina accettava in silenzio. La protesta si esauriva in un rituale sciopero di qualche ora e poi business come prima. La città accettava quel che era invece certamente inaccettabile. Poi come siamo arrivati ad una situazione in cui una parte della città e gran parte dei media non accettano più nemmeno l’accettabile e drammatizzano qualsiasi Hazard Ratio superiore a 1 pubblicato negli studi epidemiologici? E qui scatta la mutazione sociale prodotta dalla euristica della disponibilità. L’Arpa a partire dal 2006 ha cominciato a effettuare monitoraggi ambientali avanzati e si sono realizzati studi epidemiologici e valutazioni del rischio sanitario in grado di evidenziare effetti che “a occhio nudo” non si vedevano.

La criticità dei wind-days c’era anche prima, ovviamente ma prima che nel maggio del 2010 riuscissi a scoprire scientificamente l’impatto del PM10 su Tamburi e più tardi anche l’impatto sanitario, nessuno li conosceva pur subendone le conseguenze. Chi ha scelto, come me, un approccio non ideologico, interamente basato sulla evidenza scientifica, è soddisfatto nel dimostrare che c’è un rischio inaccettabile anche se non macroscopico come “l’epidemia di morti bianche”. Il circolo vizioso tra aumentata capacità di osservazione e aumento sproporzionato della percezione del rischio legato al cosiddetto publication bias (i media ignorano i risultati negativi e dramnatizzano i positivi) può essere interrotto con la prevenzione basata sulla evidenza che si ottiene con una governance ambientale centrata su organi tenici (Arpa e Asl) davvero indipendenti, autorevoli, trasparenti e inclusivi.

Riuscimmo a farlo sino all’estate 2010 con la collaborazione leale tra Arpa e Alta Marea. Intendiamoci, la “mutazione sociale” corrisponde anche ad una consapevolezza del rischio prima inesistente. Molto meglio ora di prima. Adesso ogni tarantino sa cosa è e che cosa comporta un wind-day. Ma decisioni importanti come la chiusura delle scuole devono essere comunicate correttamente. Si deve informare che si tratta di giuste decisioni adottate sulla base del principio di precauzione per minimizzare l’esposizione dei bambini. Questo non significa che la realtà controfattuale (le scuole aperte) sia deterministicamente associata a eventi sanitari certi. Anche perchè non si fanno gli studi in grado di dare una risposta a ipotesi che dovrebbero essere saggiate e non assunte come verità di fede.

Da anni chiedo la realizzazione di uno studio di mortalità a coorte retrospettiva sui bambini che hanno frequentato le scuole di Tamburi dall’inaugurazione delle scuole negli anni ’70 sino ad oggi, ma non si fa. Lo studio ci direbbe una cosa che non sappiamo se cioè le inalazioni di polveri nei wind-day del passato abbiano prodotto effetti sanitari osservabili attraverso ricoveri, registro tumori e mortalità. Altrettanto dicasi per i lavoratori di Ilva. Da 30 anni sogno di fare uno studio sugli operai delle cokerie per verificare gli eccessi di mortalità, specialmente per i tumori polmonari. Ma nè Italsider, nè Ilva-Riva, nè Ilva pubblica me lo hanno mai consentito.

Anche l’ultimo studio, coordinato dal dott. Forastiere, non mostra alcun eccesso di tumori polmonari tra gli operai siderurgici, un risultato che, essendo controcorrente rispetto al mainstream del politicamente corretto, non é stato affatto valutato nè pubblicizzato. Il compito delle istituzioni pubbliche scientifiche è di produrre conoscenze e comunicarle, il compito della buona politica è quello di intervenire, quando e dove è indicato, non altro. La grande responsabilità della politica è quella di dividersi tra chi nega che nelle AIA si possano effettuare valutazioni sanitarie nascondendo la polvere sotto il tappeto (Ministero dell’Ambiente), chi non volle dotare la città di infrastrutture tecnico-scientifiche di alto livello (per anni chiesi invano l’istituzione di un vero Centro Salute-Ambiente, una struttura dedicata per Taranto), e chi sceglie di cavalcare la tigre cercando un facile consenso, scambiando sacrosante richieste da realizzare a medio-lungo termine (ad esempio la decarbonizzazione) con un immediato demagogico aut-aut.

Potrà la situazione evolvere miracolosamente nel senso auspicato? Non lo credo affatto. Purtroppo. Perchè a pagare saranno, come sempre, i piu deboli. Il sonno della ragione è ormai in coma irreversibile”.