Contributi
L’atleta di Taras, gli altri tempi in esposizione
di PIPPO MAZZARINO – Roma, 1960, Giochi della XVII Olimpiade. Immaginate Livio Berruti, che dopo aver trionfato nei 200 metri piani (prima volta per un italiano, e record del mondo), si riposa magari un po’, sale sul ring e stende Cassius Clay.
Dopo di che fa un salto di otto metri e mezzo e surclassa Ralph Boston, lancia il giavellotto ad 85 metri, superando il sovietico Tsybulenko, il disco a 60 metri, stracciando l’americano Oerter... e conclude mettendo al tappeto nella lotta il sovietico Bohdan… Si aggiudica così il titolo olimpico nel pugilato e quello nel pentathlon antico, basato su cinque discipline: salto in lungo, lotta, corsa sulla misura dei 200 metri piani, lancio del disco e lancio del giavellotto.
Poi, per gradire, vince anche – ma come proprietario del cavallo, non come fantino – una gara ippica. Se volete, potete anche invertire i vincitori, ed immaginare Cassius Clay che sorpassa Berruti, fa un salto più lungo di Boston, schiena Bohdan eccetera eccetera… Bene, qualcosa di simile potrebbe invece (condizionale d’obbligo) aver fatto un atleta tarantino del V secolo a.C., del quale ci è pervenuta intatta la sepoltura (unica deposizione singola inviolata ed integra di un atleta in tutto il mondo greco), corredata da un “medagliere” che – se autentico – ne farebbe davvero il campione dei campioni di tutti i tempi e di tutte le discipline: il Campionissimo, per rubare l’appellativo ad un altro mostro sacro dello sport, Fausto Coppi.
Non conosciamo il uso nome, viene correntemente definito come l’Atleta di Taras. Una specie di Milite ignoto dello sport, perché in un certo senso gli atleti li rappresenta tutti. E con la sua morte precoce (morì molto giovane, fra i 27 ed i 30 anni, comunque non oltre i 35), quasi certamente per un grave squilibrio metabolico dovuto ad una dieta iperproteica, quasi un doping ante litteram (mangiava quasi solo carne, molluschi e crostacei), ammonisce anche contro certi snaturamenti della stessa fisiologia… Ai capi del suo sarcofago erano poste quattro anfore panatenaiche (una ridotta in frantumi già in antico, per edificazione di un’altra tomba), che erano il contrassegno (come le odierne medaglie) di una vittoria nelle Panatenee, i giochi che Atene organizzò ad imitazione ed in concorrenza dei Giochi Olimpici e delle altre grandi manifestazioni atletiche panelleniche (aperte cioè a tutti i Greci): i Giochi Pitici, Istmici e Nemei. In questi Giochi, detti “coronati” perché il premio consisteva in una corona di fronde vegetali, c’era in palio solo la gloria; ad Atene no. I premi erano sostanziosi, a partire dalle anfore panatenaiche con la rappresentazione della disciplina in cui si era gareggiato.
Le tre anfore superstiti ci parlano di una vittoria nel pentathlon, di una vittoria nel pugilato, di una vittoria nella corsa delle quadrighe (popolarissima specialità ma anche costosissima: era riservata a miliardari, re o tiranni, e – come nel campionato costruttori di Formula 1 – incoronava vincitore il proprietario, non l’auriga). Se davvero l’Atleta (al rinvenimento si gridò alla scoperta della tomba di Icco, celeberrimo atleta e ginnasiarca tarantino, una specie di fondatore della Medicina dello Sport citato anche da Platone: ma Icco era di mezzo secolo posteriore all’Atleta, era vegetariano e morì anziano…) si è imposto in quelle gare, è davvero il campione dei campioni.
Non solo. Proprio nell’epoca della sua fioritura, si registrano le vittorie nel pentathlon di atleti tarantini (nei registri c’è la nazionalità ma è andato perduto il nome) nei Giochi della 76^ e 78^ Olimpiade: in ambo i casi il vincitore potrebbe essere stato proprio il nostro Atleta, il cui scheletro (in questi giorni sottoposto ad indagini antropologiche da una équipe dell’Università di Bari guidata dal prof. Sandro Sublimi Saponetti, dopo quelle condotte anni fa da Gaspare Baggieri e Francesco Mallegni) presenta tutte le caratteristiche, deformazioni comprese, dei pentatleti. Una riproduzione del sarcofago e dello scheletro, con il vero corredo funerario, sarà a giorni nuovamente visibile nel MArTa, il Museo nazionale archeologico di Taranto, dopo l’inaugurazione del nuovo allestimento del secondo piano: lì l’Atleta, insieme con lo Zeus bronzeo da Ugento, rappresenterà la maggiore attrattiva. A beneficio anche (oltre l’importanza scientifica) del richiamo turistico della nostra città.