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Ilva: nè con Emiliano, nè con la Cgil

Pubblicato | da Michele Tursi

Si fa aspro il confronto a sinistra sul futuro dell’Ilva di Taranto. E soprattutto si fa duro il giudizio della componente sindacale nei confronti del presidente della Regione Puglia. L’ultimo, in ordine di tempo, ad intervenire è Giuseppe Massafra, segretario generale della Cgil ionica. Su questa vicenda “La Ringhiera” dice la sua, come sempre, con grande chiarezza e sincerità. Vi proponiamo, dunque, il pensiero di Michele Emiliano, il documento del segretario della Cgil di Taranto e una nostra riflessione finale. Buona lettura.

EMILIANO: E’ FINITA LA PAZIENZA – All’indomani della morte dell’operaio Giacomo Campo Michele Emiliano ha detto che è finita la pazienza della Regione. “Da questo momento – ha affermato – l’atteggiamento dell’Amministrazione regionale nei confronti della situazione Ilva cambia completamente. Eserciteremo tutte le nostre prerogative al fine di tutelare i cittadini della regione Puglia. Attueremo una serie di iniziative, a partire dalla redazione di una richiesta, attraverso i nostri avvocati in sede di Corte di Assise di Taranto nella prossima udienza, una richiesta di sequestro dello stabilimento chiedendo che la Corte rivaluti la questione di costituzionalità dei decreti che impediscono la vigenza dei sequestri sullo stabilimento. Esistono delle norme che nonostante il sequestro consentono alla fabbrica di funzionare. Quindi noi chiederemo la revoca della facoltà assegnata ai commissari di far funzionare la fabbrica a meno che il processo di ambientalizzazione sia portato a termine e la messa in sicurezza della fabbrica sia assicurata. La pazienza della Regione Puglia, che pure avevamo assicurato in questi mesi, è finita”.

MASSAFRA (CGIL): EMILIANO PARLI AI LAVORATORI – La sortita del governatore pugliese non è piaciuta a Giuseppe Massafra, segretario generale della Cgil di Taranto. “Siamo tornati selvaggi e cannibali e questo è orribile quasi quanto una morte. Perché se è inaccettabile e terribile morire a 25 anni quando hai ancora molte pagine della tua vita da scrivere e la tua fine arriva sotto il ricatto di un contratto a termine e perché non avevi scelta, è altrettanto odioso scagliarsi su quel corpo ancora caldo per dire che quella vittima “era molto vicina”, troppo vicina, al nastro trasportatore come ha fatto il commissario straordinario dell’Ilva Laghi, un uomo messo lì da questo Governo, qualche giorno fa in audizione parlamentare, addossando la croce di quella tragedia sulle spalle di un giovane lavoratore precario a cui veniva chiesto “solo” di pulire. Altrettanto odioso è usare quel ragazzo per giocare sul terreno dei consensi o di chi la spara più grossa come ha fatto il nostro presidente di Regione tornando di nuovo sull’ipotesi di chiusura del siderurgico tarantino”.

Massafra ricorda che “Emiliano dopo averci raccontato degli studi sulla decarbonizzazione dell’Ilva (di cui non sappiamo niente, perché al di là degli annunci non ha mai pensato di promuovere alcun confronto di merito sul tema) di fronte alla morte di Giacomo Campo compie l’ennesima inversione a U nel suo rapporto con lo stabilimento, segno di una non lunga e coerente visione strategica del futuro che riguarda questo territorio, e con lo stile che a Taranto e non solo, negli anni abbiamo imparato a conoscere bene: slogan e lusinghe dei più bassi istinti e delle più vane aspirazioni, strumentalizzando morti e malati che meriterebbero invece altra “giustizia”. Quella della ragione e della verità innanzitutto. Ma si sa la ragione – come diceva Moravia – è severa e fredda e non chiede di essere applaudita ma soltanto capita”.

“Emiliano – aggiunge Massafra – lo farà di nuovo, probabilmente già lunedì nei due appuntamenti in cui ha già annunciato la sua presenza: con i Liberi e Pensanti forse sarà duro e inamovibile e con gli industriali subito dopo forse possibilista. Ma così Taranto finisce per essere solo un palcoscenico, il balcone di questo o quel leader in cerca di gloria, ingranaggio indispensabile per alimentare il circuito magico del consenso.
Sarebbe il caso di smetterla tornando alla ragione ed evitando gli individuali cannibalismi necrofagi ed evitando le boutade, i colpi di teatro, le frasi ad affetto e tornando alle cose vere e possibili. Perché forse Giacomo si sarebbe potuto salvare e come lui Mimmo, Alessandro e tanti altri se in quella fabbrica, in quella città fatta da operai e figli di operai, si fosse tornati da loro a chiedere, a chiarire, a ragionare appunto. Facendosi umilmente spiegare dall’operaio in possesso del sapere profondo della fabbrica perché un tamburo di rinvio può diventare la bara di un ragazzo e perché quel ragazzo era nel luogo in cui non doveva essere. Così ben vengano i ricorsi, l’Alta Corte di Giustizia, i twitter e le lacrime, ma per evitare quella mattanza ora e non tra due, tre o quattro anni, basterebbe mettersi accanto a quegli operai che ogni giorno dalla portineria dell’Ilva entrano in fabbrica con un contratto che scadrà a fine anno e che in nome di un possibile rinnovo che gli consentirà di sposarsi, pagare gli studi di propri figli, comprarsi una macchina nuova o addirittura pagarsi per le cure mediche, saranno disposti ad infilarsi in qualsiasi buco oscuro e terribile di quell’ingranaggio.

Non pensiamo che il Governatore Emiliano sia uno stolto, anzi. Ecco perché gli chiediamo che discuta con noi della chiusura, lo faccia con i lavoratori che vivono ogni giorno quella città di fumo e polvere, frequenti meno convegni e agisca nelle aule che gli competono per una legge, proponendo perché no, un decreto, che mette per la prima volta da parte la strategicità della produzione per parlare di chi lavora lì dentro, che impedisca alle ditte dell’appalto di giocare al massimo ribasso sulla pelle dei lavoratori e che impedisca alle imprese fornitrici di mandare in fabbrica carne da macello sotto il ricatto del precariato di un contratto a tempo ad orologeria. Cominciamo dalle cose vere e possibili, perché chiudere la fabbrica ora è la vana aspirazione di un popolo stanco e ammalato che in caso di chiusura diventerebbe anche disoccupato. E nessuno remi contro, come nell’impressione del procuratore capo della Repubblica di Taranto, Carlo Maria Capristo, lasciando presagire la regia di forze occulte che si muovono per interessi altrettanto oscuri. Contro chi? Contro cosa? E sulla pelle di chi? Verrebbe da chiedersi”.

LA RIFLESSIONE DE “LA RINGHIERA” – Nè con Emiliano, nè con la Cgil. Siamo convinti che l’Ilva rappresenti un modello di sviluppo, dannoso per la salute di operai e cittadini, un modello che in 50 anni ha devastato il nostro territorio rendendone inservibili alcune aree per gli stessi tarantini  e per attività produttive come la mitilicoltura e l’allevamento di ovini. L’Ilva rappresenta un modello superato anche dal punto di vista economico perchè produce una montagna di debiti  e ormai non paga con puntualità nemmeno fornitori e imprese dell’appalto. Per il suo risanamento occorrono circa 4 miliardi di euro, la stessa somma che serve per ricostruire le zone colpite dal recente terremoto nell’Italia centrale. Un quantitativo di denaro che nessun privato ha intenzione di investire. E di cui lo Stato non potrà farsi carico, nonostante la presenza di Cassa Depositi e Prestiti. Gli aiuti di stato sono vietati dall’Unione europea che ha già aperto nei confronti del Governo italiano l’istruttoria per procedura di infrazione.

L’ambientalizzazione, quindi, è solo una favola che qualcuno continua a raccontare per tenere in vita un malato terminale. Non ci sarà alcuna trasformazione miracolosa. La metamorfosi dell’Ilva da bruco a farfalla non avverrà, non può avvenire. Il “mostro” descritto dai periti e dai magistrati di Ambiente svenduto resterà tale e, se non avremo il coraggio di praticare l’eutanasia terapeutica, affronteremo una lunga agonia che porterà via energie, risorse economiche e che renderà questo territorio ancora più povero e depresso.

Quanto alle parole di Emiliano, è vero: la retorica del Governatore ha stancato. Abbiamo imparato a conoscerlo sin da quella prima riunione-fiume della nuova giunta regionale convocata a Taranto a luglio del 2016. Inutile quanto ridondante e impregnata di demagogia. Quelle azioni nei confronti dell’Ilva Emiliano avrebbe dovuto metterle in pratica a prescindere dall’infortunio mortale e senza attendere l’ennesimo, orribile, tributo di sangue operaio versato sull’altare della produzione del “dio acciaio” che tutto muove in terra ionica.

Ma anche il segretario Massafra arriva in grande ritardo rispetto a quelle che sono le prerogative del suo stesso mandato. Non può rimproverare ad Emiliano di non parlare con gli operai quando a non farlo più è proprio il sindacato. Troppo facile scrivere che bisogna mettersi al fianco dei lavoratori e andare in fabbrica per chiedere il rispetto delle norme di sicurezza. Non può chiedere agli altri di fare il suo lavoro. Il sindacato, la Cgil, i dirigenti giovani e pieni di buona volontà come sicuramente è Massafra, vadano sugli altoforni, denuncino, sbattano i pugni sui tavoli di trattativa, riconquistino la fiducia di quei lavoratori sempre più smarriti e senza una vera guida e, per questo, facile preda della demagogia. Poi ne riparliamo.