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Ilva e cortine fumogene. Parte la giostra dei compratori

Pubblicato | da Michele Tursi

Dopo le abbuffate natalizie arriva la sbornia da Ilva. Le sorti del più grande e inquinante centro siderurgico d’Italia sono al centro di una triangolazione tra Governo, Unione europea, produttori privati. Una triangolazione densa di incognite e di incertezze. Dopo lo stop dei giudici svizzeri al rientro di 1,2 miliardi di euro dei Riva in Italia su cui il Governo aveva messo gli occhi per finanziare il risanamento ambientale della fabbrica, Renzi ha tirato fuori dal cilindro il decreto n°9 (sarà convertito a gennaio) che ha fissato il termine del 30 giugno 2016 per la vendita degli impianti ed ha posto le condizione per demolire la già traballante Autorizzazione integrata ambientale.

Le manovre italiane non sono sfuggite all’Unione europea che su segnalazione degli ambientalisti di Peacelink tiene sotto controllo Palazzo Chigi per presunti aiuti di Stato all’azienda siderurgica (nel mirino ci sono il prestito di 300 milioni ma anche gli 800 milioni inseriti nella Legge di Stabilità). L’Italia è già pronta a rispondere alla procedura di infrazione della Commissione europea ribadendo che gli stanziamenti sono finalizzati al risanamento ambientale e non alla gestione della fabbrica. Una tesi piuttosto debole visto che a oltre tre anni dal sequestro degli impianti, gli interventi di risanamento procedono al rallentatore e quelli di grande portata come la copertura dei parchi minerali sono ancora nella fase progettuale. Intanto, i concorrenti dell’Ilva si sfregano le mani per tutto questo casino, le imprese dell’appalto non sono state pagate dalla gestione commissariale per i lavori effettuati, i 12mila operai non sanno quale sarà il loro futuro, i tarantini continuano a respirare il fumo che si leva dagli impianti.

E’ partita, però, la girandola dei probabili acquirenti. Acelor Mittal in cordata con imprenditori italiani: Marcegaglia, il presidente di Federacciai Gozzi e Amenduni (già socio di minoranza dei Riva). C’è chi parla della Fca di Marchionne e dell’interesse per la riconversione della produzione con l’utilizzo di minerale di ferro da preridotto con il gas. Al gas pensa anche Michele Emiliano che in un’intervista a Repubblica indica l’Eni quale “acquirente ideale dell’Ilva di Taranto perche in questo modo si passerebbe dall’uso del carbone al gas per l’alimentazione della fabbrica. Così facendo le emissioni di CO2 si abbatterebbero del 60% e quelle di diossina sarebbero abbattute addirittura del 100%”.
In questo momento, insomma, vale tutto. Ed è questo l’aspetto che più preoccupa: l’assoluta mancanza di una programmazione non solo nei confronti dello stabilimento ma, soprattutto, nei confronti di una popolazione avvelenata dall’inquinamento e dalle troppe cortine fumogene finora sollevate sul caso Ilva.