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Il turnista, il tronista e Ginosa sospesa tra la controra western e la risacca mediatica

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Dai 15 minuti di celebrità al rito della sparizione, l’ipotesi del successo nella società popmediatica cavalca l’onda dell’apparire e del suo contrario. Sì, insomma, parafrasando Moretti: mi si nota di più se appaio troppo o se scompaio abbastanza?

Ora, non è che c’è da farla troppo complicata, ché alla fin fine stiamo parlando di una commedia che cinquant’anni fa avremmo etichettato come “all’italiana” (pensatelo come un episodio de I mostri…) e che nel 2017 annettiamo in quota d’alleggerimento domenicale. Parliamo, sarà bene dirlo, di Chi m’ha visto, opera prima di Alessandro Pondi che stigmatizza l’ossessione della celebrità sul doppio corpo di due amici d’infanzia: Martino Piccione, provetto chitarrista che cerca disperatamente di uscire dal ruolo di turnista nei concerti dei veri big, e Peppino Quaglia, ruspante apista (nel senso che conduce un “apecar”) della sonnolenta Ginosa, terra di Puglia, nelle cui gravine organizza tour per inesistenti turisti. Dietro l’onomastica alla Totò e Peppino si nasconde l’inedita coppia composta da Giuseppe Fiorello e Perfrancesco Favino, funzionale al districarsi del provincialismo commediale più classico: il primo fa il chitarrista sprovincializzato guardato con sospetto dai paesani che lo considerano un artista, ovvero un nullafacente; il secondo fa il gallo alfa nel pollaio del paesello, tra mezzogiorni in piazza a bere sambuca e mezzanotti in discoteca a dragare bellezze.

Quando Martino scende dal bus nel centro di Ginosa, gli abbracci tra i due marcano il terreno della loro fraterna amicizia, ma se l’ordito risponde al titolo di Chi m’ha visto è solo perché il chitarrista in cerca di successo ha l’intuizione di fare il botto scomparendo dalla circolazione con la complicità dell’amico. Mica un suicidio, solo una sparizione per il tempo sufficiente affinché prima il paese, poi i media e infine l’intera nazione si accorgano di lui e il suo nome, così come il suo volto, siano conosciuti da tutti. La parabola è semplice (indovinate in quale morale la favola va a finire…) esattamente come la riflessione sulla società contemporanea che coltiva sogni d’apparizione e miraggi del successo come fossero laici miracoli. Il chitarrista stilita nella gravina pugliese è una bella invenzione visiva e Ginosa sospesa tra la controra western e la risacca turistico-mediatica si offre generosa a ironie e autoironie, oltre che mostrare una fotogenicità per fortuna poco imbellettata. I caratteri paesani vanno dalla macchietta al ritratto grottesco esattamente come quelli del giro televisivo che irrompe nella provincia, primo fra tutti la Sabrina Impacciatore in versione presentatrice del programma “Scomparsi”. Il contrasto tra l’essere e l’apparire spostato sulle opposte categorie dell’apparire e dello scomparire meriterebbe qualche riflessione più approfondita, ma non bisogna altare troppo l’asticella delle aspettative dinnanzi a un film come questo, dove il peso specifico lo dà il cast che ruota attorno al volto noto (quello sì) di Beppe Fiorello e ai cameos di una miriade di big della scena musicale (da Jovanotti a Elisa passando per Morandi, Giuliano Sangiorgi e tanti altri), che filmano i loro accorati appelli per il ritorno di Martino. Ma va riconosciuto che è Pierfrancesco Favino a rubarsi la scena e l’intero film, con una caratterizzazione del suo Peppino che diverte e lascia il segno. E così, dal turnista al tronista, il gioco è fatto…