Skip to main content

,

Il film: Mondocane, cyberpunk e dialetto tarantino

Pubblicato | da Michele Tursi

“Mondocane” è il primo film di Alessandro Celli. E’ stato in concorso alla Settimana della critica a Venezia. Protagonista è Alessandro Borghi nei panni di Testacalda. Siamo nel (quasi inesplorato) mondo del cinema di genere. Distopico, cyberpunk, post-apocalittico, si sprecano le etichette per questo film ambientato a Taranto.

Una città dilaniata e divisa, scossa da una spietata guerra tra tribù rivali. Nel film di Celli Taranto è il simbolo di una civiltà ormai stravolta e vittima dei suoi stessi mali. In molte scene si parla in tarantino. Talvolta con vere e proprie espressioni dialettali, in altre con cadenze e intonazioni tipiche del linguaggio parlato nel capoluogo ionico.

“Nello sviluppo del progetto – spiega Alessandro Celli a laRinghiera – creare un linguaggio che rispettasse i luoghi raccontati è stata una mia assoluta ossessione. In particolare avevo l’esigenza di valorizzare una sorta di gerarchia grazie al dialetto, appena accennato dagli abitanti di Taranto Nuova, e parte integrante invece della natura dei “figli dell’abbandono” di cui si parla in testa al film. Sono i Randagi, Pisciasotto, Mondocane e Fulmine che parlano usando le espressioni dialettali di strada autentiche e a cui abbiamo dato carta bianca nel personalizzare alcune battute colorite. Nella Taranto Nuova, il dialetto si alleggerisce e diventa inflessione: la cadenza di chi, con l’istruzione, ha lasciato da parte molte delle “sporcature” e delle espressioni colloquiali”.

Ma è su Testacalda (interpretato da Borghi) che, probabilmente, è stato svolto il lavoro più complesso. “Testacalda – prosegue il regista – ha costruito con la cultura il suo personaggio, imparando l’italiano per darsi forse un tono e imporsi con un sistema di manipolazione dei suoi adepti che da lui imparano solo quello che lui decide di fargli conoscere. Per questo lavoro abbiamo lavorato su più fronti, con lo sceneggiatore Antonio Leotti, con Alessandro Borghi sempre pronto a mettersi in gioco con delle bellissime idee, e con Pierfrancesco Nacca, attore tarantino doc che ha voluto aiutarci affiancandosi nel prezioso ruolo di dialogue coach per il dialetto tarantino”.

Pierfrancesco Nacca, giovane attore di Taranto, ha svolto un compito delicato. “Devo essere sincero – dichiara – non ho avuto grosse difficoltà, sia perché ero fermo e deciso sul mio metodo, sia perché avevo a che è con attori di talento che avevano tutto l’interesse non solo di fare, ma di fare bene. Da attore e in questo caso da dialogue coach, mi rendo conto che quando si ha a che fare con un linguaggio, una cadenza o un dialetto non di appartenenza, la tendenza è quella di esasperare, cercando di ricreare qualcosa che si avvicini il più possibile a quel determinato linguaggio. Il mio lavoro quindi è stato quello di dare agli attori la libertà di proporre, e sulle loro proposte intervenire, correggendo il suono e la cadenza, le vocali chiuse o aperte, con l’obiettivo di centrare la tarentinità”.

Il lavoro sul linguaggio può sembrare una sfumatura, ma non lo è. “Credo fermamente – aggiunge Nacca – che non solo nel mestiere dell’attore ma in tutti i mestieri esistenti, più sei specifico, calzante, preciso e più avrai modo di centrare l’obiettivo. Ecco perché ritengo che sia stato giusto, in un progetto filmico ambientato a Taranto, non essere generici riguardo al linguaggio. Per l’immaginario collettivo in Puglia si parla solo il barese, questo perché il pubblico è stato semplicemente abituato a questo. Quello che abbiamo fatto con Mondocane è stato scardinare una tendenza. Ringrazio Alessandro Celli e la magnifica squadra di Groenlandia per la splendida opportunità”.

Gli stessi attori hanno apprezzato questa scelta. “La ricerca dell’unicità – dice Josafat Vagni (Tiradritto) – è, a mio avviso, un dovere per chi fa il mio mestiere. Nessun esercizio stilistico, questa ricerca è uno dei fondamenti di questo mestiere. Siamo il paese con la più grande biodiversità al mondo, questo si traduce in una serie di unicum linguistici: sfumature che cambiano ad ogni chilomtero, accenti spostati, pause, questo dà la possibilità a un attore di ispirarsi ad una musica precisa, ad un volto che suona in una maniera particolare”.

Dice Federica Torchetti (Sanghe): “L’Italia ha una particolarità rispetto ad altre nazioni, i dialetti. Credo sia un valore aggiunto portare questa diversità sul grande schermo perché il dialetto fa parte dell’identità e della storia di quel determinato paese. In Mondocane abbiamo fatto proprio un lavoro di questo tipo. Pierfrancesco Nacca ci ha seguito da prima che iniziassero le riprese e in scena. Io sono pugliese del nord barese, ma nonostante ciò il suo supporto è stato essenziale, se l’avessi fatto con il mio dialetto sarebbe venuta fuori una musicalità completamente diversa”.