Piani Alti
I dazi di Trump e l’Ilva, nodi d’acciaio per Di Maio
Dopo 88 giorni di gestazione l’Italia ha un nuovo governo. Lo guida Giuseppe Conte, presidente del consiglio nato nel Foggiano, di area M5S. Non è l’unico pugliese dell’esecutivo. La pentastellata Barbara Lezzi si occuperà di Mezzogiorno, un bel contrappeso alla Lega di Salvini e ad un Contratto che aveva liquidato con una riga la questione meridionale.
A Taranto e dintorni c’era grande attesa di conoscere il successore di Carlo Calenda, ex ministro allo Sviluppo Economico, traghettatore dell’Ilva dalle mani dei commissari straordinari a quelle di AmInvestco e del suo, ormai, unico azionista, Arcelor Mittal. Una bella gatta da pelare per Luigi Di Maio che si occuperà di Lavoro e Sviluppo Economico. Il capo politico del movimento 5 stelle prima di mettere mano al reddito di cittadinanza, dovrà mettere in sicurezza la questione Ilva. Come?
A Taranto, in campagna elettorale, Di Maio rischiò un brutto scivolone. Era il 9 febbraio, ecco cosa disse: L’Ilva è una realtà che deve continuare a dare posti di lavoro e deve darne più di quello che fa ora. Per questo noi crediamo in un piano di riconversione industriale e di bonifiche. Le sue parole non convinsero l’ala dura (e più numerosa del movimento tarantino) favorevole alla chiusura del centro siderurgico. Di Maio si guardò bene dal pronunciare la parola chiusura sia durante il comizio che nelle dichiarazioni rilasciate ai giornalisti.
Nemmeno il Contratto del Governo del Cambiamento parla di chiusura dell’Ilva, ma adotta un più vago “chiusura delle fonti inquinanti”. Qualche giorno fa l’on. Lorenzo Fioramonti ha introdotto nel dibattito la “chiusura programmata“ ipotizzando un arco di tempo medio-lungo per spegnere gli altiforni. Questi sono i trascorsi recenti del movimento cinque stelle sull’Ilva che ora dovrà assumersi la piena responsabilità della partita.
Arcelor Mittal sicuramente rivendicherà la continuità degli atti amministrativi e farà valere la sua posizione in forza di quanto sottoscritto a giugno del 2017 con Calenda. I sindacati, in maniera compatta, hanno respinto gli oltre 4000 esuberi previsti nel piano industriale di Mittal; chiedono la piena occupazione per le 14mila unità del Gruppo, il mantenimento di diritti e salari e si oppongono ad ogni ipotesi di chiusura. Ci sono poi le imprese dell’appalto che avanzano soldi dall’amministrazione straordinaria e che per mancanza di liquidità stanno iniziando a licenziare. A puntellare la posizione di AmInvestco c’è anche il via libera dell’Antitrust alla cessione dell’Ilva dopo aver costretto Arcelor Mittal ad alleggerire il suo peso produttivo nell’area euro, liberandosi di alcuni stabilimenti.
I margini di manovra per Di Maio sono ristretti, come pure il tempo a disposizione. Per quanto gli 88 giorni post elettorali ci abbiano abituati a vorticose piroette politiche, è improbabile immaginare il nuovo ministro allo Sviluppo Economico che preme il pulsante e spegne gli altiforni. Di Maio dovrà, comunque, dare un segno di discontinuità con il suo predecessore. Un primo passo potrebbe essere quello di demolire il cosiddetto scudo protettivo per gli attuali e per i futuri gestori dell’Ilva, costruito a suon di decreti legge. Eliminare la contestata immunità penale, potrebbe essere un primo e significativo passo in direzione del ripristino del diritto nella vicenda Ilva.
Sullo sfondo, poi, Di Maio dovrà fare i conti con i dazi imposti dal presidente Trump. L’Italia difenderà il suo acciaio? In che modo? In questo caso, più che in altri, il nostro Paese dovrà fare squadra con l’Unione europea e i rapporti con Bruxelles, sono l’altra grande incognita del governo giallo-verde. In ultimo, bisognerà capire che tipo di rapporti il nuovo ministro avvierà con il presidente della Regione Puglia e con il sindaco di Taranto e come questi si rapporteranno con lui. Dopo le fatiche per la formazione dell’esecutivo, Di Maio non potrà nemmeno tirare un sospiro di sollievo. I nodi dell’acciaio lo attendono e non possono aspettare.