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E Claudio Riva scrive al Corsera: “Noi eravamo modello europeo, Ilva espropriata illegittimamente”
Claudio Riva è il titolare della leggendaria “diteci cosa dobbiamo fare…“. Frase pronunciata all’ora tarda di una sera di settembre 2002, dopo che Rosanna Di Bello, qualche tempo prima, aveva emesso l’ordinanza di chiusura di alcune batterie delle cokerie. La Procura ne aveva poi ottenuto il sequestro e Marzano, allora ministro berlusconiano, dopo una lunga elaborazione politica del caso, aveva convocato tutti per siglare il primo della serie dei famigerati (i copia e incolla di fatto inattuati..) atti di intesa tra Regione, Ilva, Comune e Governo.
Quel “diteci cosa dobbiamo fare” seguiva il meno celebre ma centrale “non abbiamo raggiunto alcun accordo” mentre Fitto, Marzano e tutti gli attori pugliesi della vicenda, che in quelle ore stava registrando le prime battute istituzionali, rilasciavano interviste di giubilo al termine del vertice convocato in via Veneto. Di fatto, fu quella l’anteprima della farsa politico-mediatica che non conosce fine: i partiti e i sindacati commentavano una cosa, i Riva ne dicevano un’altra… e Taranto restava sospesa in gabbia, respirando tutto a pieni polmoni.

Stamane, sulle colonne del Corsera, su quelle pagine di fine cronaca che spesso ospitano particolari fondamentali, ecco la lettera che Claudio Riva, uno dei figli del patron Emilio, scrive al direttore del giornale milanese. Un botta e risposta interessante. Da conservare.


