Cinema, Cooltura
Clooney e la sua dark America
Nero e torbido, ma con immancabile eleganza, una certa ironia e una buona dose di senso dell’assurdo: è così che si presenta al pubblico “Suburbicon”, il nuovo film diretto da George Clooney (in programma al Bellarmino) sulla base di una vecchia sceneggiatura dei fratelli Coen.
Una commedia noir sospesa tra le pareti domestiche di una famiglia apparentemente quieta e le tensioni razziali della provincia americana anni ’50, tra delitti passionali poco perfetti e discriminazioni violente nei confronti dei neri della porta accanto.
La facciata “happy life” è quella classica dei dépliant pubblicitari dei Fifties: colori sgargianti, sorrisi stampati su volti incorniciati da acconciature vaporose, ridenti scenette domestiche infarcite di comodità da consumismo incipiente. Ma poi la sostanza è indiscutibilmente dark, incrostata di criminali, razzisti e torbidi sentimenti covati nel chiuso delle mura domestiche. Lo scenario rosa è liofilizzato in una cittadina costruita ai margini di Los Angeles, Suburbicon per l’appunto, uno di quei centri con villette a schiera progettati nei ’50 per assicurare ai reduci di guerra una tranquillità capace di garantirne la necessaria produttività sulla scena consumistica. Ve n’erano davvero e il modello cui si ispira il film è la città di Levittown, dove del resto accaddero realmente i misfatti dettati dal razzismo strisciante in quella società, di cui il film di Clooney si nutre per creare la tensione di sfondo nella quale immerge il crimine familiare che sviluppa con precisione noir. La sostanza dark è invece gestita da Matt Damon, padre di famiglia apparentemente quadrato e tranquillo, che in realtà cova una tresca con la cognata ai danni della moglie, malata e costretta su sedia a rotelle (entrambe interpretate da Julianne Moore).
Una notte l’apparente tranquillità viene messa a repentaglio dall’irruzione di una coppia di ladri, che distribuiscono botte e lasciano la famiglia sfasciata. Il tutto accade sotto gli occhi del piccolo Nicky, che vede la madre morire e il padre e la zia organizzare un nuovo desco domestico, in cui qualcosa non quadra… Da questi presupposti Clooney costruisce un film incisivo e scolpito su personaggi iperrealistici, sospinti nella formula caratteriale tipica della prima stagione dei fratelli Coen, quella dell’esordio di “Blood Simple” alla quale risale la sceneggiatura. Il progetto ha un esito strano, perché sembra procedere a doppio tiro senza trovare un punto di equilibrio autentico. Ma l’impasto di cinismo e la tensione morale sospesa tra l’estasi del delitto e la giustizia del castigo, che cade come una mannaia guidata dal caso, sorreggono la struttura complessiva. Intanto la regia di Clooney elabora la capacità di interrogarsi sulla sostanza sociale del suo paese, sulle ombre che lo percorrono in ogni dove da sempre. Alla fine, dunque, il film funziona proprio nella sua natura spiazzante, e trova nell’interpretazione raggelata di Matt Damon, nel doppio ruolo della Moore e nei caratteristi che fanno da sponda la giusta configurazione.