Cinema, Cooltura
Blackkklansman: Spike Lee infiltrato nell’odio
Spike Lee è tornato a fare la cosa giusta: lo avevamo un po’ perso di vista, tra progetti meno riusciti (Miracolo a Sant’Anna) e altri rimasti inediti (Chi-Raq), remake inopportuni (Oldboy) e piccole perle smarrite negli angoli della distribuzione (Da Sweet Blood of Jesus – Il sangue di Cristo, visibile su Amazon Prime).
Per il ritorno trionfale sul grande schermo – Gran Premio della Giuria al festival di Cannes, a Taranto al Cinema Orfeo – il regista di Atlanta ha quindi unito le forze con Jason Blum e Jordan Peele, autentici trionfatori della causa black grazie al successo dell’horror Scappa – Get Out. E con le spalle coperte da simili produttori, è stato più breve il passo per raccontare la storia vera di un nuovo Inside Man. Si tratta del detective Ron Stallworth di Colorado Springs (nel film John David Washington), primo afroamericano del locale dipartimento di Polizia, che tanto per rendersi la vita più complicata è riuscito, in pieno clima da tensioni razziali anni Settanta, a infiltrarsi tra i ranghi del Ku Klux Klan. Tutto questo mentre l’Organizzazione (così si faceva chiamare il Klan) tentava di ricostruirsi una verginità attraverso il volto pulito del portavoce David Dux (un ottimo Topher Grace), ma nella pancia si preparava al caos e alla guerra civile. A metterci la faccia nelle riunioni ad alto tasso di xenofobia (Ron interveniva in voce solo telefonicamente) il collega Flip Zimmerman, ebreo non praticante che proprio nel confronto con le teorie superomistiche propugnate dal clan, attraversa un complesso percorso di formazione sulla propria origine e identità, ben favorito dalla prova dell’intenso Adam Driver. Ché poi il senso di Blackkkclansman è proprio qui: sebbene la superficie più evidente sia quella del film politicamente impegnato a rivendicare gli interessi della comunità nera, c’è in realtà molto di più. C’è uno studio sulla forma del racconto che guarda a tutte le trasformazioni del cinema americano, dai fondamenti portati da classici come Nascita di una nazione, di David W. Griffith – film storicamente seminale, ma intriso di profondo razzismo – all’impegno civile del cinema metropolitano anni Settanta (pensiamo a Sidney Lumet o Alan J. Pakula), fino al buddy-buddy movie del poliziesco anni Ottanta (da 48 ore a Arma letale), con la fusione di ironia e dramma. Se capisci il cinema comprendi anche l’uomo, sembra dirci Lee, uno che nel potere delle immagini ci crede fortemente, e capisce come il percorso sociale e storico sia lineare e costruito su dinamiche stratificate e mai relegate in un angolo della Storia. Per questo i dialoghi risuonano di una verità molto attuale sull’odio razziale che ancora agita l’America, un parallelismo esplicitato dalle immagini di cronaca mostrate nel finale. E per lo stesso motivo quelle tensioni, quegli slogan sull’America First, rimbalzano anche dalla nostra parte dell’oceano, creano collegamenti con i Prima gli italiani nostrani e il dibattito sull’integrazione legato ai flussi migratori. Mica male per un poliziesco che vuole innanzitutto offrirsi come prodotto godibile e “di massa”, cucito in una formula che riesce a trascolorare senza continuità dalla satira alla tensione, dalla risata al groppo in gola, con un pizzico di romanticismo garantito dalla complessa storia fra Ron e Patrice Dumas, leader dell’Unione degli Studenti Neri, interpretata da Laura Harrier, già sorprendente scoperta di Spider-Man: Homecoming. Ci riesce grazie a una narrazione irresistibile, che rielabora proprio i ritmi più “distesi” del cinema anni Settanta, e recupera il senso del cool della Blaxploitation: ovvero quei film polizieschi con protagonisti black, ma pensati per il pubblico bianco e wasp e che hanno incoronato una generazione di interpreti cult quali Richard Roundtree, Fred Williamson e Pam Grier, molto prima delle riscoperte tarantiniane. Blackkksman diventa così anche un’operazione di riappropriazione culturale dei modelli e un immaginario, un’opera lucida che contribuisce a fare chiarezza nel caos dei simboli della società contemporanea. Oltre la Jungle Fever, una (Black) Power Fever, con il cinema a fare da testa di ponte per riscrivere gli equilibri. (Davide Di Giorgio)