Salute
Ora l’Italia deve rispondere alla Corte di Strasburgo
Entro il prossimo 20 giugno il governo italiano dovrà rispondere alla Corte europea dei diritti dell’uomo in ordine alla mancata tutela della salute e della vita di 182 cittadini di Taranto. Dopo l’accoglimento dei ricorsi presentati nel 2013 e nel 2015 da abitanti del capoluogo e della provincia ionica, si apre una fase preliminare che potrebbe portare alla condanna dello Stato italiano.
Intorno all’Ilva, quindi, si consuma una situazione per certi versi paradossale. A Taranto un pezzo dello Stato, cioè la Procura, mette sotto processo le acciaierie per aver inquinato causando malattie e morte. A Strasburgo la Corte europea avvia un dibattimento nei confronti di un altro pezzo dello Stato, cioè il Governo, perchè non avrebbe adeguatamente tutelato i cittadini di Taranto. Si apre una fase delicata in cui l’attenzione deve continuare ad essere molto alta. Lo ha detto questa mattina in conferenza stampa, Daniela Spera (presidente di Legamjonici), una dei 52 firmatari del primo ricorso presentato nel 2013, quando in pochi credevano praticabile questa strada.
All’incontro con i giornalisti erano presenti anche l’avvocato Sandro Maggio e Lina Ambrogi Melle, consigliere comunale (Ecologisti per Bonelli) e promotrice del secondo ricorso alla Corte di Strasburgo (2015). “Ci attendiamo molto da questa iniziativa – ha spiegato – perchè riteniamo la salute e la vita dei tarantini una priorità assoluta su cui nessuno deve soprassedere. Il Governo italiano è stato già invitato a presentare delle risposte sulla vicenda e crediamo che entro un tempo ragionevole arriveremo ad una sentenza che sarà vincolante per l’Italia e, speriamo, risolutiva per la difesa della vita dei tarantini”.
L’eventuale sentenza della Corte di Strasburgo può avere effetti diretti o indiretti. “Nel primo caso – ha spiegato l’avvocato Maggio – una volta accertate le violazioni contestate, lo Stato italiano sarebbe condannato a soddisfare le richieste dei ricorrenti. Nel secondo, quello cui teniamo di più ed a cui puntiamo con la nostra iniziativa, la Corte potrebbe imporre all’Italia di eliminare le condizioni che hanno creato pregiudizio alla salute dei cittadini di Taranto“.
Per evitare contestazioni e bocciature i ricorsi non fanno riferimento all’eventuale nesso di causalità tra le emissioni inquinanti, le malattie e la morte, ma richiamano il “principio di precauzione“. Tale principio è contenuto nel Trattato di Lisbona ed è stato richiamato anche dal Gip del Tribunale di Taranto, Patrizia Todisco. Consiste nell’adozione di “tutte le misure idonee a prevenire il pericolo di danni causati alla salute e all’ambiente anche in situazione di incertezza scientifica”.
Tra i firmatari del ricorso particolarmente significativa è la storia di Giovanna, mamma di due ragazzi che nel 2012 avevano 17 e 20 anni. Il più piccolo all’epoca era stato operato per un emangioma capillare, una forma di tumore benigno al cranio. “Mio figlio ora sta bene, studia economia, ma vive nel terrore di ammalarsi – dice – e vorrebbe andare via da Taranto. Abbiamo saputo del ricorso attraverso il passaparola di un’amica e ho subito aderito perchè penso che tutti dobbiamo fare qualcosa per cambiare la situazione nel nostro territorio“.