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ArcelorMittal e dintorni. Taranto, è il momento dell’unità

Pubblicato | da Michele Tursi

Invece di difendere l’indifendibile, la comunità tarantina dovrebbe avere il coraggio e la forza di avanzare una proposta al Governo e ad ArcelorMittal. Hai chiesto 5mila esuberi? Ok, ma chiudi l’area a caldo e mantieni i 2,4 miliardi di investimenti programmati per avviare le bonifiche e riconvertire gli impianti. Mittal non deve comprare le bramme da altri produttori, ma far arrivare a Taranto quelle che già produce altrove. Può utilizzare la logistica portuale e la flotta ereditata dai Riva che sono il vero punto di forza dello stabilimento ionico. Le unità in esubero potrebbero essere del tutto o parzialmente ricollocate in questo processo.

In parallelo bisogna pretendere di avviare subito i cantieri previsti nel Contratto istituzionale per Taranto, per un importo complessivo di circa 1 miliardo di euro. A questa somma va aggiunto il “tesoretto” dei Riva: altri 1,3 miliardi di euro nella disponibilità di Ilva in as per la bonifica del territorio. Facendo un po’ di conti siamo arrivati a quasi 5 miliardi di euro. Non è vero che le risorse non ci sono! Senza contare che possono sempre essere incrementate.

C’è un punto fondamentale, però, dal quale non si può prescindere che deve essere a monte di ogni ragionamento. Bisogna marciare tutti nella stessa direzione: Governo, Istituzioni locali e regionali, sindacati, forze imprenditoriali, ambientalisti. Dovremmo essere capaci, in sostanza, di pretendere e realizzare a Taranto quanto già fatto a Genova.

Non ha senso, soprattutto da un punto di vista economico, immaginare che lo stabilimento di Taranto possa tornare ad essere competitivo rispetto a produttori extraeuropei che hanno costi minori e regole meno stringenti delle nostre su lavoro, sicurezza, ambiente ed un prezzo dell’energia decisamente più basso. Se l’Italia vuole continuare ad essere un produttore di acciaio, deve modificare il suo sistema produttivo puntando sulla qualità e sulla verticalizzazione dei prodotti, altrimenti sarà destinata a perdere la partita.

Tenere in vita il pachiderma Ilva com’è oggi è uno stillicidio, una lenta e dolorosa agonia in termini economici, ambientali e sanitari.