Copertina, Le inchieste
Palazzo degli Uffici, odissea di un appalto
Fu Ferdinando IV di Borbone, Re di Napoli, attraverso un suo decreto, ad autorizzare, nel 1787, la costruzione a Taranto di un edificio destinato a raccogliere ed educare i fanciulli, di ambo i sessi, orfani e poveri; e tale edificio avrebbe dovuto essere “maestoso”.
L’incarico di progettarlo fu affidato all’ingegnere tarantino Saverio Greco; da realizzarsi in un ampio spazio su cui l’arcivescovo Giuseppe Capecelatro organizzava spettacoli pubblici, che gli avevano creato, nel 1787, qualche problema con i suoi superiori.
Per finanziare l’opera si attinse alle rendite del Monte di Pietà e di altri sodalizi religiosi; la somma raccolta fu di 4500 ducati.
L’edificio, a pianta rettangolare, sarebbe stato lungo 111,11 metri e largo 63.49 metri
Nel 1791 venne posta la prima pietra e i lavori, affidati allo stesso ingegnere Greco, procedevano abbastanza speditamente; ma, a causa dei moti del 1799, i lavori furono interrotti per lungo tempo, mentre, dopo l’unità d’Italia, si avviava la costruzione di altri palazzi in quello che sarebbe diventato il Borgo.
Nel 1872, la Congrega di Carità, che gestiva sia il fabbricato che il giardino dell’Orfanotrofio, stipula con il Comune un accordo che, sottoscritto dal Presidente della Congrega, Cataldo Nitti, e dal sindaco Domenico Sebastio, prevedeva la cessione al Comune del giardino, che nel piano regolatore Conversano viene destinato a piazza pubblica.
La forma quadrangolare dell’edificio, influenzò il piano regolatore per quanto riguardava il reticolo stradale, mentre lo stile architettonico fu utilizzato come modello da altri palazzi del Borgo Nuovo della città.
Riprendono così i lavori, sotto la direzione degli ingegneri Giulio Bastia e Nicola Greco, e viene realizzato, così come prevedeva il progetto, il primo (ed unico) piano col rifacimento dei locali a piano terra che, naturalmente, per il lungo abbandono, erano ormai malmessi.

Il primo gennaio del 1876 nel Palazzo si trasferisce, al lato nord del primo piano, il “Ginnasio comunale Archita” che aveva sede nei locali del Seminario Arcivescovile; subito dopo si trasferisce anche il Convitto.
Al piano terreno, invece, fu sistemata la “Regia Scuola Nautica”.
Nel 1885, viene installato sulla facciata principale dell’ “Orfanotrofio” un “pubblico orologio”.
Fu nel 1890 che si pose mano alla costruzione del secondo e del terzo piano, seguendo l’apposito progetto redatto dall’ingegnere Giovanni Galeone.
L’edificio viene completato nel 1894, ma il protrarsi dei lavori per le rifiniture e per l’arredamento fa sì che l’inaugurazione sia possibile solo nel 1896, col discorso inaugurale tenuto dal f.f. sindaco Alessandro Criscuolo.

A ricordo dell’avvenimento su una parete della galleria del palazzo fu posta una lapide di marmo che riportava l’iscrizione “A XVIII ottobre MDCCLXXXVII Ferdinando IV qui decreteva un Orfanotrofio e le fondamenta ne pose nell’anno MDCCXCI – sulle quali il Comune questo palazzo eresse nelli anni MDCCCXC/MDCCCXCIV – ai pubblici Uffizi aprendolo a XXVIII giugno MDCCCXCVI”
Quello che era nato come ”Orfanotrofio” era ormai “Palazzo degli Uffici”, costato 463.835 lire.
“Palazzo degli Uffici” assunse un ruolo importante nella definizione urbanistica del Borgo nascente, in base al piano regolatore redatto dall’architetto Davide Conversano.
Nel 1897 anche il Tribunale elegge quale propria sede il “Palazzo degli Uffici”; fu il Procuratore del Re, avvocato De Pirro, a tenere il discorso ufficiale al momento dell’insediamento.
Nel 1905 nel Palazzo si sposta anche l’”Osservatorio meteorologico”, diretto da Luigi Ferrajolo, prima allocato presso la Capitaneria di Porto; nel 1908 all’”Osservatorio meteorologico” si aggiunse anche l”Osservatorio geofisico”.
Foto 3
Ma nel Palazzo trovarono posto anche negozi e bar, come, per esempio, il famoso “Caffè Greco”, con i suoi tavolini messi su “Piazza Mastronuzzi”, nome dato a “Piazza Archita” durante gli anni del fascismo, e il ristorante “Colizzi”.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 a Taranto giunsero le truppe d’occupazione: il Ginnasio-Liceo “Archita” venne requisito per insediarvi il comando delle truppe inglesi.
Finita la guerra il “Palazzo degli Uffici” tornò, pian piano, alla sua funzione.
Trovarono posto, oltre all’ ”Archita”, anche altre scuole: la media “Capuana” con ingresso da “Piazza Archita” (tornata ad assumere il suo vecchio nome, dopo la caduta del fascismo), il Magistrale “Livio Andronico” con ingresso da Corso Umberto, l’Istituto “Nitti” con ingresso da Via D’Aquino.
La galleria, che collega Piazza della Vittoria a Piazza Archita, era piena di vita con negozi e pubblicità; il Palazzo ospitava anche l’Emeroteca provinciale, le sedi dell’ANPI e dell’ANPPIA, di alcuni sindacati, qualche ristorante e negozi.
Venne apposta sulla facciata di Corso Umberto una lapide con i nomi degli operai dei Cantieri navali, morti durante la guerra di Liberazione.
Insomma giornalmente il “Palazzo degli Uffici” era vissuto da migliaia di persone, tra studenti, avvocati, cittadini: un piccolo paese, in poche parole.
Nel 1975 l’Osservatorio meteorologico, per esigenze tecniche, fu trasferito in una villa stile ottocentesco di Talsano.
Con la costruzione del nuovo Tribunale, in Via Marche, il “Palazzo degli Uffici” perde i frequentatori delle aule di giustizia; il piano occupato dal Tribunale viene abbandonato e rimane nella stragrande parte inutilizzato.
Seguirà anche la chiusura della “Capuana”, lo spostamento del “Nitti” e del “Livio Andronico”, in seguito accorpato all’”Archita” e la galleria diventerà solo un passaggio, privo di vita, tra Piazza della Vittoria e Piazza Archita; insomma una lenta ma costante diminuzione della fruizione del “Palazzo degli Uffici”.
Si arriva così alla seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso quando l’Amministrazione comunale di Taranto, con sindaco Mario Guadagnolo, decide, dopo un dibattito molto vivace in cui si manifestano molte e nette resistenze al progetto, che il “Palazzo degli Uffici” debba essere parzialmente trasformato in teatro.
Viene affidato l’incarico, per tradurre l’idea in progetto concreto, all’architetto Guido Canella.
Appare abbastanza paradossale quanto avviene a Taranto, riguardo il problema Teatro: il più grande Teatro cittadino, l’”Alfieri”, era stato trasformato tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, in uffici del Ministero del Tesoro e di un “Palazzo degli Uffici” si pensa di farne un Teatro !
Il progetto viene regolarmente redatto dall’architetto Canella, ma non se ne farà nulla perché evidentemente prevale il buon senso rispetto ad un progetto che già dall’inizio da qualcuno era stato definito assolutamente irrealizzabile e soprattutto in contrasto con quella che era la “vocazione” del Palazzo stesso.
Ma evidentemente l’idea di trasformarlo ha un “fascino” potente; riportarci delle scuole, oppure insediarvi l’Università (tra l’altro il “Palazzo degli Uffici” assomiglia straordinariamente all’Ateneo di Bari), oppure accentrare uffici comunali disseminati in tanti altri edifici sparsi per la città, appare troppo banale.
Ecco che, quindi, l’Amministrazione comunale, con sindaco Rossana Di Bello, decide di avviare un “project financing” per ristrutturare il “Palazzo degli Uffici”.
Il 13 settembre del 2002 la giunta Di Bello approvò il progetto preliminare dei lavori di restauro, recupero ed adeguamento funzionale e tecnologico di “Palazzo degli Uffici”, con un investimento minimo previsto di 30 milioni 987mila euro.
L’intervento di ristrutturazione dell’edificio era inserito nel programma triennale 2002-2004.
Esercizi commerciali, sale per discutere di arte, libri e cultura per far rinascere “Palazzo degli Uffici”: questo prevedeva il bando di gara “per la concessione di lavori pubblici, gestione funzionale ed economica del “Palazzo degli Uffici””.
In buona sostanza, l’Amministrazione comunale aveva chiamato a raccolta i privati disposti ad investire oltre 30 milioni di euro per ristrutturare “Palazzo degli Uffici”.
Come “moneta di scambio” per questo massiccio intervento finanziario, i privati avrebbero potuto incassare gli oneri derivanti dalla gestione dei servizi annessi e delle attività commerciali che lì sarebbero state sistemate. Il concessionario (che sarebbe stata la “Romagnoli” prima e la “Pisa Costruzioni srl” poi) poteva esercitare il diritto di gestire e sfruttare economicamente tutti i lavori realizzati.
Era previsto un contributo massimo dell’Amministrazione comunale di 981mila euro per ogni anno, per tutta la durata della gestione.
Il concessionario doveva garantire all’ente “Opere Pie”, usufruttuario di parte del piano terra del “Palazzo degli Uffici”, 5mila euro all’anno per tutta la durata della gestione. Il tempo massimo previsto per l’esecuzione dei lavori era di tre anni.
Lo storico edificio, invece, avrebbe potuto essere concesso al massimo per 38 anni; mentre l’impresa costruttrice avrebbe dovuto rispettare alcuni punti fermi: “mantenimento dei volumi esistenti dell’edificio senza nessun aumento – si legge nell’originario bando di gara – salvo quelli strettamente necessari per volumi tecnici da realizzare al piano terrazza e che non comportino alterazioni delle linee architettoniche dell’edificio. Sarà possibile realizzare la copertura delle corti interne con materiali trasparenti su apposita struttura portante”. Ed ancora: “mantenimento delle linee architettoniche dei prospetti esterni, mantenimento delle linee architettoniche dei prospetti interni fatta salva la realizzazione di nuove aperture per la realizzazione dei percorsi interni di uso pubblico dell’edificio quali la galleria, le corti interne per creare un percorso continuo tra corso Umberto e via D’Aquino”.
Iniziarono, quindi, i lavori; recinzioni ed impalcature cominciarono a circondare il Palazzo. In corso d’opera alla “Romagnoli” subentra la “Pisa Costruzioni srl”.
Nel 2005 c’è già il primo stop ai lavori; successivamente alla dichiarazione del dissesto (17 ottobre 2006) il Comune di Taranto chiuse i rubinetti della spesa ed i lavori si bloccarono.
La “Pisa Costruzioni srl” avanzò all’Amministrazione comunale, che aveva preso il posto di quella precedente, una richiesta di risarcimento danni davvero ingente per le sofferenti casse comunali: 20 milioni di euro per ricompensare così i danni subiti per lo stop di quattro anni.
In altre parole, la richiesta si reggeva su un presupposto molto semplice: 5 milioni di euro per i 4 anni di blocco del cantiere.
Il Comune, naturalmente, non solo non ha questa cifra a disposizione ma non ha alcuna intenzione di cedere e, quindi, rialancia, intimando alla “Pisa Costruzioni srl” di riprendere, entro 30 giorni, i lavori.
Il Comune poi, una volta riaperto il cantiere, era disponibile a valutare con l’azienda i danni subiti in maniera dettagliata, non prendendo in considerazione una richiesta economica (20 milioni di euro, appunto) che appariva generica.
Cosa sarebbe accaduto se l’impresa avesse respinto al mittente l’intimazione del Comune che aveva tanto il sapore di un ultimatum?
L’Amministrazione comunale si mostrava tranquilla: “Ufficialmente, non c’è alcun contenzioso. Abbiamo invitato l’azienda a riprendere i lavori. Se questo non dovesse accadere, si aprirebbe un contenzioso che magari potrebbe anche concludersi con un arbitrato”.
A questo punto entrava in scena la SIEL, azienda di un tarantino che da anni opera a Roma, Salvatore Graniglia, che rilevava tutte le quote della “Pisa Costruzioni srl”.
La speranza di vedere la ripresa ed il completamento dei lavori si riaccendeva, anche se appariva improbabile il rispetto della scadenza del 2010 (fissata quattro anni prima).
L’ “Archita” ristrutturato, nonchè la galleria commerciale che adesso non c’è e gli uffici comunali di prossimo trasferimento (contenuti nel progetto iniziale) finalmente potrebbero vedere la luce nel nuovo Palazzo più importante di Taranto.
Tra tale auspicio e la consegna dell’opera restavano da colmare vuoti burocratici (nuovo accordo formale) intenzioni progettuali (spazi da rimodulare), economie da valutare e, cosa più importante dalla quale tutto dipendeva, la rinuncia di qualsiasi proposito “bellicoso” da parte del subentrante: la SIEL, quindi, rinunciava preliminarmente a qualsiasi strascico tecnico-finanziario (ovvero, niente contenzioso su eventuali arretrati) rompendo nettamente col passato e rivolgendo lo sguardo solo e soltanto verso la realizzazione del Palazzo.
Si arrivava così alla vigilia di Natale del 2009, quando veniva organizzata una grande cerimonia in Piazza della Vittoria, alla presenza delle Autorità cittadine, per annunciare la ripresa dei lavori di ristrutturazione.
Una cerimonia organizzata in grande spolvero con lo srotolamento di grandi pannelli sulla facciata che raffiguravano il Palazzo come si sarebbe presentato agli occhi della città, una volta conclusi i lavori. Una manifestazione in cui venne srotolato anche un lenzuolo con la scritta “Ricostruiamo la nostra storia. Rinasce Taranto”.
A febbraio del 2010 il Comune di Taranto, per il tramite della OSL, onora il primo pagamento nei confronti della società SIEL. Si tratta di un importo di 2 milioni di euro più iva al 20 %: che è la somma transata per chiudere tutte le attività ed fatti legati alla vicenda anomala determinata dal blocco del cantiere in oggetto negli anni passati.
Con questa intesa il Comune di Taranto cercava di evitare un rischioso contenzioso, e fa un altro importante passo in avanti per la riconsegna del Palazzo degli Uffici alla città. Ora poteva essere sottoscritta la nuova convenzione e portata a termine la rivista progettazione esecutiva dell’opera, per poter riavviare a pieno ritmo lo opere di cantiere, così come previsto nel crono programma, entro l’estate del 2010.
Ma le cose si sarebbero rivelate più complicate del previsto e alla SIEL subentra, nel 2011, il “Consorzio Aedars”.
Il contratto vale 33 milioni di euro e ha una durata di 36 anni.
Il Comune si impegna per 11 milioni di euro presi con un mutuo dalla Cassa Depositi e Prestiti, la Provincia per 8,5 milioni. I restanti 13,5 milioni spetterebbero al Consorzio Aedars, concessionario del progetto e beneficiario degli utili che ne deriveranno. Secondo contratto, quasi 3000 metri quadrati (destinati ad uffici comunali) resterebbero al Comune , 6500 all’ “Archita” e circa 10mila dovrebbero essere utilizzati a scopo commerciale da Aedars; nel progetto presentato dal consorzio c’era infatti la possibilità di realizzare un albergo di lusso con almeno 50 stanze.
La società, che raggruppa 44 imprese e occupa circa mille lavoratori, nell’ottobre 2013, però, riceve dalla Prefettura di Roma, dopo un’indagine Dia, un provvedimento interdittivo. La Procura di Taranto apre un fascicolo legato all’interdittiva romana. Intanto, Aedars vince il ricorso contro la decisione della Prefettura capitolina (leggi qui, ndr).
Nello stesso mese di ottobre, l’azienda che svolgeva in subappalto i lavori del “Palazzo degli Uffici” incrocia le braccia: aveva fatto lavori per oltre 3 milioni di euro, vantava un credito per 1 milione e 375 mila euro dal consorzio.
A febbraio 2014, poi, il Comune toglieva la concessione al consorzio Aedars, a causa non solo dell’interdizione, ma anche di alcuni presunti inadempimenti progettuali; il Consorzio presentava ricorso al Tar di Lecce. I lavori, quindi continuavano ad essere fermi e “Palazzo degli Uffici”, oggi, appare un rudere come non lo è stato nemmeno a seguito delle due guerre mondiali.
A tutto ciò si devono aggiungere i problemi di staticità che paventa l’edificio, su cui nella scorsa estate, il procuratore capo Franco Sebastio, a seguito di un sopralluogo effettuato nel palazzo con alcuni tecnici comunali, ha deciso di aprire un’inchiesta.
Ora, risolto il contratto con il “Consorzio Aedars”, ridotta la somma messa a disposizione dalla Provincia e dopo la presa di posizione congiunta, su cui si prospettano “tempi lunghi”, dello scorso dicembre, del sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno, e del presidente della Provincia, Martino Tamburrano: “Chiediamo che il Contratto istituzionale di sviluppo (Cis) preveda la ristrutturazione di Palazzo degli Uffici e la finanzi per venti milioni di euro”, si attendono fatti nuovi.
Ed intanto il “Palazzo degli Uffici” continua, con le sue impalcature mute, a spandere tristezza nei cuori di chi vi passa vicino.