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“La corrispondenza’, storia di un amore terminale
Lo avreste mai detto nel 2004, quando il giovane ribelle Riccardo Scamarcio graffitava il suo imberbe amore tre metri sopra il cielo, che dodici anni dopo un emaciato Jeremy Irons avrebbe inciso il suo attempato sentimento direttamente nel tempo delle stelle? Chiamatela, se volete, evoluzione di un genere letterario vecchio come la piuma e il calamaio, quello epistolare. Fatto sta che, vedendo La corrispondenza, c’è da fare i conti con l’atavico desiderio degli amanti di dirsi in eterno il loro amore fermandolo nella parola, esaltandolo nella loquacità della retorica. Lo stratagemma letterario esclude la possibilità che ci sia un senso alternativo al dirsi l’amore nell’assenza della distanza reciproca, nel mancarsi vicendevolmente per nutrire il desiderio. Non stupisce dunque che Giuseppe Tornatore, maestro di retorica cinematografica come pochi, questo senso degli innamorati lo adotti pedissequamente, scolpendo nella Corrispondenza una sorta di thriller sentimentale che duplica, con esiti ben più farraginosi, l’intreccio di mistero e sentimento che aveva fatto il successo della Migliore offerta.
Senza dire troppo per non smascherare un film che di mascheramenti vive, La corrispondenza nutre il suo romantico intreccio sull’amore che unisce Ed Phoerum, maturo professore di astrofisica, e Amy, sua ben più giovane studentessa che sconta i turbamenti del suo passato facendo la stunt su spettacolari set. Il loro amore sfida il tempo, perché resiste alle reciproche e prolungate assenze grazie all’intreccio di email, videomessaggi, chattate, sms e lettere a sorpresa, con cui l’uomo letteralmente avvolge la ragazza, tenendola al riparo da quella solitudine che cova dopo un tragico evento che ha segnato la sua vita familiare. In realtà questa tela di comunicazioni sentimentali diventa una rete che trattiene la ragazza in una relazione che la drammaturgia della vita avrebbe invece scritto a tempo determinato.
Si direbbe un romantico intreccio di passioni e rivelazioni e probabilmente non manca chi lo vive in tale maniera. Fatto sta che, sfrondato del sovraccarico di una retorica visiva stucchevole, La corrispondenza resta un film sospeso tra l’improbabile e l’insostenibile, costruito su psicologie da manuale, inaridito da una messa in scena devitalizzata in un malinteso calligrafismo. Tornatore pretende di fare un film sull’amore al tempo delle comunicazioni elettroniche, ma in realtà si limita a mettere in scena una love story terminale che non ha l’ardire di smontare davvero, lasciando ai personaggi la loro improbabile integrità. Se solo avesse spinto Ed Phoerum nella direzione di un barbablù virtuale e Amy in quella di una principessa prigioniera nella torre, il film avrebbe assunto una valenza paradossalmente più concreta e meno surrettizia. Ma il tutto resta avvinghiato alla recitazione anemica di Jeremy Irons, alla fragilità della Amy di Olga Kurylenko, bella ma assolutamente incapace di reggere la parte, al misero commento musicale di Ennio Morricone. Resta la noia vestita da commozione per un amore senza fine ingrippato nell’ossessione tecnologica.