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“Convertire a gas l’Ilva di Taranto costa meno dell’Aia”

Pubblicato | da Michele Tursi

Produrre acciaio utilizzando il gas ed eliminando il ciclo del carbone è possibile. Non è un’utopia, nè un capriccio. In altre aree del mondo lo fanno già. In Lousiana (Usa) esiste un impianto siderurgico di questo tipo realizzato con tecnologia italiana. E anche i costi sono “compatibili”. Per produrre cinque milioni di tonnellate all’anno (più o meno l’attuale produzione Ilva), si ipotizza un investimento di 1,2 miliardi di euro con i quali sarebbero realizzate due linee produttive da 2,5 milioni ciascuna. Si tratta di una tecnologia modulare che, in caso di necessità, potrebbe essere incrementata. Così, in 18 mesi lo stabilimento siderurgico di Taranto potrebbe cambiare volto.

Queste le linee principali dello studio di fattibilità presentato dall’ing. Barbara Valenzano direttore del Dipartimento Ambiente della Regione Puglia, al convegno “Ripensare l’industria siderurgica italiana” organizzato da Regione Puglia e Consiglio Nazionale degli Ingegneri, svoltosi oggi al teatro Orfeo di Taranto. Secondo l’ing. Valenzano “gli interventi palliativi previsti dall’Aia non sarebbero compatibili con i costi attuali che presentano una perdita di 50 milioni di euro al mese e servirebbero 2 miliardi per il completamento di tutti gli interventi”. Notevoli sarebbero i vantaggi per l’ambiente: “Si potrebbero ridurre le emissioni e le dispersioni di polveri con i forni elettrici, eliminando le cokerie e l’agglomerato, minimizzando se non annullando così diossine, furani e il benzoapirene. Con il preridotto, si lavora a temperature sui mille gradi, recuperando l’eccesso di calore e di polveri. L’area dell’impianto cosi sarebbe un ottavo dell’esistente. Il preridotto poi può essere usato per esportazione e sostituire l’acciaio di prima fusione in altre acciaierie”.

Quanto all’approvvigionamento di materie prime “con la capacità produttiva autorizzata per Ilva – ha proseguito l’ing. Valenzano – ci sarebbe bisogno di 3 miliardi di mc di gas annui e di  38.000 gigawatt ora/annui. Tap porterebbe in Puglia 10 miliardi di metri cubi in un primo momento, con il secondo step arriverebbe a 20 miliardi di mc. Spostando Tap a Brindisi sarebbe anche più facilmente alimentabile l’Ilva, invece di far solo passare il gas verso il nord Europa e pensare che all’attuale livello produttivo ne basterebbe solo 1,5 miliardi di metri cubi di gas. Con un terzo della produzione elettrica da fonti rinnovabili pugliesi poi si potrebbero alimentare i forni”.

Lo studio di fattibilità prevede una una fase transitoria di coesistenza delle tecnologie produttive, utilizzando le aree Ilva ora dismesse, le aree portuali, bonificando le aree parchi minerari. “I costi – ha concluso il direttore del Dipartimento Ambiente della Regione Puglia – sono da confrontare anche con quelli attuali di trasporto del carbone da stoccare nei parchi e soprattutto con i costi continui di bonifica con la sorgente attiva e con i costi sanitari altissimi (circa un miliardo di euro) che ci vedono tra i primi dieci in Europa. Il personale infine sarebbe formato e reimpiegato per il rifacimento degli impianti e  per le bonifiche ambientali”.