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26 luglio, quel “giorno più lungo” di quattro anni fa

Pubblicato | da Angelo Di Leo

A Milano e a Taranto scattano le manette. A Roma, contemporaneamente, si dà seguito al primo dei dieci decreti che il Governo di allora (Monti) si affretta a varare destinando 336 milioni alla causa tarantina, di cui 200 (come sempre) tirati fuori da un cassetto dedicato da tempo immemore alla città ionica.

Al netto dei drammi personali e familiari, delle emozioni di quegli attimi, dei timori operai e della passione ambientalista, il 26 luglio 2016 ha inizio la grande farsa politica che accompagnerà (e mentre scriviamo è ancora compatta in marcia verso il NULLA) la questione giudiziaria (il processo è tuttora alle prima battute), la questione sanitaria, la questione occupazionale e la questione sociale.

Migliaia di lavoratori, la mattina del 26 luglio 2012, intorno alle 8, trovano i sigilli dei carabinieri nell’area a caldo dello stabilimento Ilva di Taranto. Il padrone è ai domiciliari, alcun i dirigenti pure, gli operai rischiano di andare a casa, i malati di cancro sperano che qualcosa possa cambiare. Qualcosa.

L’azienda intanto spalanca i cancelli. Tutti in strada. Occuperanno l’Appia e la città per tre giorni (il week end conoscerà una pausa). Su Taranto si accendono i network nazionali ed europei. I tarantini scoprono improvvisamente di essere “strategici” per la salvezza economica nazionale e continentale. Senza l’acciaio dell’Ilva tutto sembra essere perduto.

I polmoni degli abitanti di Taranto sono un elemento costitutivo dello Stato democratico. Senza il loro respiro affannoso, il Paese si blocca.

Sarà questa la regola che muoverà 10 decreti legge formulati e fatti approvare da tre Governi diversi eppure così uguali (Monti, Letta e Renzi), seguiranno  migliaia di parole gettate al vento, sperando non sia quello di Tramontana. In tal caso, il respiro dei tarantini diventa impossibile.

Spingendo il rewind, si avverte l’amara sensazione che poco o nulla sia cambiato nella visione che il resto del Paese ha di Taranto e del suo destino che in tanti, troppi, ritengono ineluttabile. Quel 26 luglio di quattro anni fa ha generato un maxiprocesso penale, la confisca di una azienda adesso in s(vendita), un mezzo sconquasso politico (ma non più di tanto, a Taranto!) un referendum popolare che ha subìto un boicottaggio senza precedenti, la costruzione di una nuova coscienza operaia (consapevole e critica anche se minoritaria) la lievitazione di una senso di riscatto sopito però dal lavoro ai fianchi di un Governo (quest’ultimo più degli altri) abile a spacciare il POCO per il TANTO, grazie anche alla sponda locale di un sistema politico supino e di un sistema imprenditoriale in ginocchio e con il cappello in mano, così come educato a fare per tutto il Novecento.

NON E’ CAMBIATO QUASI NIENTE. Ma è su quel quasi che bisogna aggrapparsi per continuare a scalare questa roccia trapunta di insidie.