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Unomaggio di musica e di lotta: “Cominciamo a stringere i pugni!”

Pubblicato | da Redazione

Virginia Rondinelli, Simona Fersini e Gianni Raimondi lanciano l’operazione Unomaggiotaranto 2019, concerto organizzato dal comitato Liberi e Pensanti giunto alla sua sesta edizione.

Sarà di musica e di lotta “con un’aria forse meno scanzonata del solito” dice Raimondi alludendo ovviamente alla situazione di Taranto (l’ordinanza sindacale di stamane rende l’idea del dramma inquinamento che a Tamburi si rinnova) ma a totale conferma della piattaforma di rivendicazione in piedi dal 2013.  E allargando ulteriormente il raggio a tutti i campi di lotta ambientale, e per la vita, aperti in Italia e che a Taranto, nel parco archeologico, troveranno spazio al mattino e poi sul palco sino a tarda sera.

Non ci sarà il consueto dibattito tra associazioni, cittadini e rappresentanti istituzionali. Ci sarà invece un incontro tra associazioni italiane impegnate nell’ambiente e dunque una manifestazione. Del concerto si occuperanno ancora una volta Michele Riondino, Diodato e Roi Paci, i direttori artistici.

Il prossimo 23 marzo i Liberi e Pensanti, come le altre sigle tarantine aderenti al Piano Taranto, saranno a Roma per l’imponente manifestazione che si va preparando sul terreno della lotta contro tutte le forme di inquinamento e sfruttamento del territorio- “Taranto non parteciperà – dice Ruggieri – sarà tra le protagoniste…!”. Del cast musicale si saprà nei prossimi giorni, “sarà di tutto rispetto come sempre” assicura Raimondi. Un contest, organizzato in tutto il paese, decreterà il nome della band che alle 15 del Primo Maggio prossimo aprirà il concertone tarantino. la raccolta dei fondi (vino, magliette..) è già cominciata. Mon Reve e Sud garantiranno ospitalità ai cantanti, come l’anno scorso..

IL DOCUMENTO dei Liberi e Pensanti

“È stato un anno intenso, di lunghi e ripetuti percorsi, fisici e politici. Si può dire che dal 2 Maggio dello scorso anno non ci siamo mai fermati. Abbiamo attraversato l’Italia, più volte e verso differenti luoghi sociali. Territori di lotta e siti istituzionali, riportando a casa, nell’ordine, grandi risultati e grandi sconfitte.
Il grande Perché di tanti incontri, fruttuosi o inutili, preziosi o deprimenti, almeno per noi a Taranto, è sotto gli occhi di tutti.
L’incubo del siderurgico, simbolo di una strategia economica distruttiva, che pian piano avrebbe dovuto spegnersi sotto i nostri occhi, oggi è ancora più incombente che mai. Ora si chiama ArcelorMittal mentre noi non abbiamo saputo cambiare il nostro nome: vittime eravamo e vittime siamo
rimaste. Con qualche morto in più, in tutti i sensi. Alle perdite umane, in fabbrica e fuori, quelle che non interessano a nessuno se non ai parenti, si è aggiunto il cadavere politico della forza sociale che si era proposta come il cambiamento. Dai microfoni del nostro UnoMaggio, alla presenza delle rappresentanze dei territori martoriati di tutta Italia, incuranti delle difficoltà che “ingenuamente” cominciavano a realizzare e, peggio ancora, incuranti della inevitabile opposizione preannunciata da
tutti noi alle politiche discriminatorie e repressive, messe in atto dalla Lega, i neoeletti ribadivano le promesse di vicinanza ai territori, anticipando di fatto il suicidio nazionale al quale stiamo assistendo.
Per quanto si potesse, abbiamo subordinato anche il nostro temperamento ad un impegno civile che non fosse poi accusato di aver tralasciato ogni tentativo per sottrarre la nostra città ad una sorte
segnata. Ci siamo prestati alla pantomima delle audizioni al Mise in modo che senza intermediari potessimo rappresentare le istanze comuni e senza intermediari potessimo constatare che nessun
governo è amico, perché i diritti tutelati sono quelli della produzione ad ogni costo, anche umano, e continueranno ad esserlo finché l’economia basata sull’utilizzo dei fossili sarà giuridicamente protetta.
Non ci potrà essere avvicinamento della politica istituzionale alle comunità finché non sarà chiaro a tutti che le leggi che ci separano dalla natura, con l’obiettivo paradossale di sfruttarla e contemporaneamente di controllarla, sono leggi che condannano a morte certa la terra e tutti noi.
I 12 decreti salva-ilva sono un esempio della tutela di interessi terzi anziché alla vita di coloro che ipocritamente si proclama di voler tutelare, assicurando qualche posto di lavoro.
La più grande, contronaturale, violazione derivante dall’applicazione distorta di una Costituzione che tutela sì il lavoro e l’impresa ma prima ancora tutela la salute pubblica, è infatti costituita dall’immunità penale, concessa prima allo stesso stato che amministra Ilva e poi a Mittal.
E allora, se già il principio di chi “inquina paga” rappresenti una ricompensa economica ma non compensi il danno naturale, capiamo bene cosa implichi essere immuni anche dal pagare, sia in
termini economici che giuridici. Pensiamoci attentamente perché, già ieri e con il governo attuale andrà sempre peggio, chi paga è solo chi protesta per la difesa della terra propria e altrui.
E allora la domanda è: Quando dovrebbe fermarsi una protesta e perché? La risposta noi la conosciamo, è già scritta nelle leggi di cui disponiamo e che, nonostante le ipocrite interrogazioni a tutti gli organi statali, non si vogliono applicare: Il singolo è partecipe della vita politica, sociale ed economica del paese e quando le sue azioni sono volte a difesa di pubbliche utilità, come i terreni agricoli, il paesaggio, l’ambiente tutto, il singolo va rispettato e difeso in ogni modo, perché difende un interesse che è di tutti, perché esercita a pieno i diritti ma anche i doveri di cittadino, che sono quelli della solidarietà sociale. Ne consegue che le iniziative intraprese per la difesa di questi diritti

sono iniziative difese dalla stessa costituzione e prevalgono sugli interessi particolari. Quindi, mai e poi mai, i cittadini vanno fermati, men che meno con l’uso della violenza verbale o fisica.
Volutamente dunque, i governi hanno letto parzialmente ciò che regola l’iniziativa economica e sociale perché, nell’art 41 della Costituzione, è scritto che l’iniziativa economica è libera ma non può essere in contrasto con l’utilità sociale, cioè non può svolgersi ledendo la sicurezza, la dignità e la libertà umana.
Questo è invece quello che “legalmente” accade nell’intero paese, da nord a sud: interi territori e intere comunità, milioni di persone, sono sacrificati alla tutela della libera impresa.
Dalla Val Susa alla Sicilia, dalla Lucania al Veneto, non c’è terra che non venga violata in nome di grandi opere inutili, che siano da compiere o da preservare. Crimini dissimulati da un’informazione imposta.
I movimenti in lotta per la difesa del territorio di tutta Italia, sono ormai una solida rete e saranno insieme a Taranto, ancora una volta il giorno dell’Uno Maggio Libero e Pensante, per riaffermare insieme a noi i diritti dei popoli e la determinazione comune a difenderli. In una rete di reciproca comprensione e solidarietà internazionale saranno con noi rappresentanti accademici che mettono a disposizione di tutti il loro sapere, prendendo posizione di fronte alle interpretazioni viziate dei governi, rappresentanti di comunità indigene, a testimoniare la drammaticità della separazione del diritto della natura dal diritto degli uomini, attivisti dal Sud America al Nord Europa che mettono fisicamente a repentaglio la propria vita, ogni giorno, nella convinzione di poter realizzare un progetto di convivenza che si lasci alle spalle finalmente il primordiale concetto di sopravvivenza, al quale ci tengono legati come schiavi con le politiche energetiche.
Nel quadro politico peggiore che potessimo prevedere, del nuovo colonialismo dell’ “aiutiamoli a casa loro” e dell’intolleranza fomentata dalle destre nazionali, europee e mondiali, la nostra risposta è tutt’altro che fiacca ed è totalmente politica:
Alle divisioni rispondiamo con l’unione, all’ignoranza rispondiamo con la conoscenza,
all’intolleranza rispondiamo con la fratellanza, ai nuovi muri rispondiamo con la solidarietà fra i popoli, ai veleni rispondiamo con l’ossigeno di nuove coscienze.
Chi pensa di averci in pugno sappia che i pugni abbiamo appena cominciato a stringerli’.