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Una sola domanda.. ma chi andrà a votare?

Pubblicato | da Angelo Di Leo

Alla vigilia della data ultima per la presentazione delle liste, partiti e movimenti si presentano a questo ennesimo start con le basi in frantumi e la retta, quella linea che dovrebbe condurli diritto agli elettori, in fibrillazione.

Voterà poca gente rispetto al 2013 (per non parlare del 2008, 2006, 2001, 1996, 1994….). La parabola dell’offerta politica va giù e trascina con sè quella della domanda. Roba da sconvolgere i manuali dell’economica perchè  il prezzo è la cittadinanza e non si capisce più come venga fissato, chi sia a fissarlo e con quali criteri… se l’incontro tra gli ambiti  non è più la Politica.

Si sta verificando un fenomeno anomalo e pericoloso, perchè alla disaffezione dell’elettorato non militante si sta aggiungendo queloa della base, gli italiani che ci credono sempre meno e che sono stanchi di ingoiare e digerire qualsiasi cosa per la ragion di partito e di movimento. I partiti che hanno perso il contatto con la società, adesso stanno allentando i ganci tra base e segreterie.

I Cinque Stelle – anche se non lo ametteranno mai –  hanno certificato, termine molto caro ai meet up, l’esistenza di una opposizione interna (finalmente!).

Dalla Puglia, “annullate tutto” è solo una delle tante voci represse per spirito di appartenenza dalle scorse comunali ad oggi. La Puglia ha aperto un varco tra i grillini (meglio dire ex grillini, viste le novità sostanziali che i blog consegnano alla cronaca) e il risultato del 4 marzò darà a chiunque la chiave per spalancarlo o chiuderlo per sempre. Ma appare lecito pensare che una parte degli attivisti storici non si spenderà più di tanto nei collegi, in tutto il Paese, dove si ritiene di aver subito torti o imposizioni romane. Certe esclusioni, accompagnate da certe candidature, appaiono incomprensbili a tanti. I social sono pieni di critiche talvolta rabbiose, altre volte malinconiche.

Stesso dicasi per il Pd, dove per tradizione novecentesca le opposizioni interne sono dichiarate. Qui addirittura nascono come scatole cinesi. Una dentro l’altro si incastrano e si contrastano, si accapigliano, discutono, litigano. Renziani contro Fronte dem, renziani contro renziani, Fronte Dem contro avamposti frontisti, orlandiani, martiniani e franceschiniani, oppositori e alleati riottosi, toscani e non toscani, pugliesi di Emiliano e pugliesi di Renzi, dai giovani trurchi insomma si è passati agli anziani mediterranei, dalle quote rosa ai salti di quota o di collegio. La Boschi finisce a Bolzano per andare sicura, il barese Boccia a Lecce, il barese Pagano a cavallo di tre province, il romano Giachetti fuori dalla Capitale, De Vincenti fuori dai giochi, il tarantino Vico fuori dal campo. Federazione occupata… ammutinamento annunciato… rabbia e delusione. E minacce di non  impegnarsi, addirittura di votare altro. E il centrodestra? Prendiamo Forza Italia, ad esempio. A Taranto mnezzo partito non manda giù la necessità di schierare un Cito possibile (Mario o Antonella, il cognome non vambia). Liberi e Uguali non se la passa meglio, vedi Civati che sino a dodici ore fa minacciava di lasciare la coalizione d’occasione for Grasso.

Insomma, al disincanto dell’astensione cronica rischia di aggiungersi la rabbia della base e dei militanti che si sentono traditi, un po’ ovunque e a qualsiasi latutidine. Chi voterà, allora, il prossimo 4 marzo? La legge elettorale sta provocando grossi guai un mese prima di essere applicata. L’ultimo record  disprezzabile di una legislatura che avrà l’unico merito di essere migliore della prossima. Poveri noi.