Cooltura, Copertina
Una moschea nel cuore di Taranto
La comunità islamica tarantina chiede dignità. Un luogo di culto adeguato, in una zona centrale della città. Attualmente le riunioni si svolgono in un locale in via Cavallotti, una sede provvisoria e insufficiente alle esigenze. La richiesta arriva da Hassen Chiha, Imam tunisino di trent’anni, ingegnere di informatica applicata, da quattro anni a Taranto. Hassen è tra i fondatori dell’associazione Umat (presieduta da una donna palestinese), che in arabo significa nazione ed è il capo riconosciuto della locale comunità islamica. L’imam parla quattro lingue: arabo, inglese, francese e italiano e collabora spesso con la Prefettura come interprete. E’ arrivato a Lampedusa, a bordo di un barcone e dopo aver atteso un anno a Taranto il suo permesso di soggiorno, è rimasto in riva allo Jonio per la somiglianza della città bimare con una località del Nord della Tunisia.
“Non abbiamo niente da nascondere – ha detto Hassen in un intervista rilasciata a Claudio Frascella del Quotidiano – non vogliamo stare ai margini della comunità, ma vorremmo stare tra i tarantini”. Voglia di integrazione e di convivenza che si scontra con il clima di diffidenza e paura nei confronti del mondo islamico dopo gli attentati di Parigi. “Non vanno condannati i musulmani – dice l’Imam – ma i gruppi terroristici. Anche la nostra religione, come quella cattolica, condanna gli atti violenti. L’invito che rivolgo ai fratelli è sempre lo stesso: non fatevi trascinare nell’estremismo. L’Islam è una religione di pace. L’Isis non è uno stato islamico il suo obiettivo è solo quello di creare grande confusione e offuscare la nostra figura negli stati in cui veniamo accolti”.
Durante la preghiera nel locale di via Cavallotti si riuniscono circa 100 fedeli. Sono molti di più, quasi il doppio, in occasione delle funzioni principali che si svolgono sulla Rotonda del Lungomare. L‘imam ha incontrato l’arcivescovo di Taranto Filippo Santoro con il quale ha instaurato un rapporto di dialogo interreligioso. “Non preghiamo soltanto, vogliamo abbattere i muri”.