Cinema, Cooltura
“Tre manifesti a Ebbing, Missouri”: una madre che sembra John Wayne
Il seme della giustizia, l’albero della vendetta: c’è una madre, Mildred, che sembra John Wayne ed è la tostissima Frances McDormand.
E c’è la tragedia che si porta sulle spalle, quella di una figlia violentata e uccisa senza che il colpevole sia mai stato trovato. La scena è quella della più profonda provincia americana: Ebbig, Missouri, come recita il titolo… Vale a dire che siamo ad un passo, in termini di ere sociali, da quella frontiera raccontata nel vecchio West. E in effetti “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” (a Taranto all’Orfeo) è concepito da Martin McDonagh come fosse un western residuale, trascinato amaramente nella visione epica di un’America contemporanea sclerotizzata nel suo passato, dove per l’appunto il passo tra la giustizia e la vendetta è assai breve. Ecco dunque che Mildred, mal digerendo che l’assassino la faccia franca, affitta tre grandi cartelloni pubblicitari che svettano sulla strada di accesso a Ebbing e ci scrive sopra, a caratteri cubitali, il suo disappunto per l’incapacità dello sceriffo Willoughby di fare giustizia. Praticamente una sfida all’uomo che tiene strette le redini della città, chiudendo e aprendo un occhio a piacimento, a capo di un ufficio di polizia dai metodi un po’ spicci. Ma Willoughby, per dirla tutta, non è poi qual gran farabutto che ci si immagina: Martin McDonagh lo dipinge in chiaroscuro, come l’anima grigia di una collettività borderline, per giunta molto malato e quindi umanamente più permeabile al dolore di Mildred di quanto ci si aspetterebbe. Mettete poi in conto che ad interpretarlo è il sempre magistrale Woody Harrelson e avrete il ritratto preciso di questa figura.
Il film è tutto qui, in questo disporsi di caratteri intagliati nell’iconografia della provincia americana su una scena che si stringe attorno a loro e si anima di comprimari destinati ad avere un ruolo non secondario. Ognuno nasconde un po’ della verità, ognuno insiste sul bisogno di calmierare l’istinto di giustizia, ognuno pratica una vendetta o nasconde segreti che contengono tracce di (in)giustizia… Per certi aspetti sembra di essere a Fargo, provincia dei fratelli Coen, e l’iconica figura della McDormand sta lì non a caso. Il fatto è che Martin McDonagh (di cui ricorderete “In Bruges” e forse anche il meno noto “7 psicopatici”) è un regista mannaro londinese a Ebbing, Missouri: ulula a una luna che non gli appartiene davvero, enfatizza i toni e i caratteri, visualizza un dramma morale come fosse una sfida fisica e incide i corpi di una sofferenza che è tutta muscolare. Il risultato è un film calligrafico e cubitale, certamente efficace e avvincente, soprattutto se dal cinema si vuole una definizione da serial tv, dove tutto è plasticamente definito per interessare, coinvolgere, trattenere. Sì, insomma: è lecito farselo piacere, anche molto (vedrete quanto piacerà a quelli degli Oscar…), ma di qui a considerarlo un capolavoro ce ne passa.