The Square, nel perimetro della buona coscienza

The Square, nel perimetro della buona coscienza

L’arte di vivere in società. O, se preferite, l’artificio del vivere socialmente… Ovvero: osservate quanto è difficile essere quell’intreccio di materia organica, istinto e ipotesi di spiritualità che è l’Uomo, soprattutto se deve muoversi in una realtà che lo porta a superare i confini della sfera privata per entrare in quella pubblica.


Se pensate che stiamo parlando di “The Place” di Paolo Genovese (in programma all’Orfeo di Taranto) vi sbagliate, perché vi stiamo indirizzando piuttosto verso “The Square”, il film dello svedese Ruben Östlund, Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes (in programma al Cinema Bellarmino di Taranto). Gli argomenti, a ben guardare, sono i medesimi e vertono su una drammatizzazione dello status morale dell’uomo contemporaneo. Solo che se Genovese fa implodere il nodo problematico nella dimensione privata della preghiera, ovvero della richiesta di veder esaudito un sogno o un bisogno, Östlund diffonde l’argomentazione in una serie di rivoli che coinvolgono il rapporto tra individuo e mondo,  persona e società,  ispirazioni  morali e espiazioni della coscienza. Però, e qui sta il segreto di “The Square”, lo svedese imprevedibilmente gioca le sue carte sul tavolo della commedia piuttosto che del dramma, e il risultato è un’opera fortemente intrigante e non meno problematica, che racconta tra grottesco e surreale le falle della società (badate bene: europea!), sospesa tra individualismo, ingiustizia sociale, fragilità identitaria, narcisismo culturale.



Per raccontare tutto questo, Ruben Östlund, che è regista abituato a gestire con ampie dosi di ironia la visione spesso sarcastica delle ingenuità e delle storture della società moderna, sceglie Christian, giovane e prestigioso direttore del Regio Museo di Arte Moderna di Stoccolma, un uomo di sani principi morali e sociali, ma non dimeno preso dal suo ruolo intellettuale, che lo proietta ai vertici della migliore società cittadina. L’esposizione che sta per inaugurare si intitola, per l’appunto, “The Square” ed è una riflessione concettuale sul bisogno di solidarietà e fiducia sempre più urgente nella società contemporanea: un grande quadrato posto al centro del Museo, a rappresentare lo spazio astratto in cui fiducia e solidarietà regnano e all’interno del quale tutti condividono gli stessi doveri e diritti. L’idea, spiega il regista, è ripresa da una mostra allestita nel 2014 Värnamo, nel sud della Svezia, basata sull’idea «che l’armonia sociale dipende da scelte semplici che ognuno di noi compie ogni giorno: i visitatori del museo dovevano scegliere tra due porte, una con scritto “I trust people”, l’altra con “I mistrust people” (mi fido/non mi fido delle persone). La maggior parte del pubblico sceglieva la prima, ma poi aveva i sudori freddi quando gli veniva chiesto di lasciare cellulare e portafoglio sul pavimento del museo…». Il fatto è che, a fronte di tanta buona coscienza, Christian deve fare i conti da un lato con lo scandalo provocato da un assurdo video virale realizzato da due giovani creativi della comunicazione, dall’altro dalle surreali conseguenze scatenate dal suo tentativo di recuperare orologio, telefono e portafoglio che gli sono stati rubati per strada, proprio mentre cercava di mettere in atto nella realtà quel principio di solidarietà con chi ha bisogno di aiuto che intende predicare con la sua esposizione.

Il segreto del film sta nella capacità di Östlund di elaborare situazioni assurde ma realistiche, che si spingono sempre più in una scena grottesca, lasciando il protagonista da solo con la sua ingenua arroganza, mentre la narrazione allarga anche troppo i confini, a rischio di perdere di vista la definizione ultima del tema principale. “The Square” è infatti soprattutto una riflessione sulle profonde e inconfessate paure dell’uomo moderno, tutto sommato nudo al di sotto dell’abito cucitogli addosso da una civiltà e da una cultura che lo proteggono come una fragilissima armatura dagli attacchi della realtà che lo circonda. E allora l’arroganza di Christian di fronte al furto subito, che lo spinge a non valutare la dignità di chi è più debole, diviene il detonatore di quella caduta di valori che Östlund rappresenta tenendosi in bilico tra il lirismo disseccato di un Roy Andersson e lo scetticismo conclamato di un Michael Haneke.


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