Cinema
Taranto vista dall’alto dei tetti
Taranto nell’alto dei cieli, dove si libera Il grande spirito e si sprigionano i fumi dell’Ilva, anzi dell’ArcelorMittal. Taranto a cielo aperto, sospinta verso l’alto, che guarda in faccia le sue nuvole e scruta all’orizzonte i segnali di fumo delle ciminiere, al di là dei Tamburi lontani che risuonano come in un vecchio western, un western di città…
Pistoleri appostati sui tetti, sparatorie dell’alto, fughe dietro le case. C’è molto immaginario nel Grande spirito, il nuovo film di Sergio Rubini in programma (da ieri 9 maggio) all’Ariston e al Bellarmino, anzi c’è molta immaginazione: il regista sembra ritrovare quell’incanto da avventuriero della quotidianità che aveva nei suoi film dell’esordio, gli eroismi dei piccoli uomini protagonisti de La stazione, La bionda, Il viaggio della sposa… E la proietta su Taranto, questa fantasia, quasi a soffiare sui fumi delle ciminiere, che stanno però lontane, non sono loro il centro d’attenzione, quasi a dare spazio a una città che vive le sue problematiche in una prospettiva differente da quella sulla quale si avvita da troppo tempo. Una città in un certo senso avventurosa, percorsa da bande rivali di pistoleri più guasconi che criminali, figuri che sembrano dei bravi manzoniani o dei vilain bonelliani. Insomma, Rubini tenta quella che si potrebbe dire una narrazione altra della città di Taranto, o forse anche alta, immaginata a una dozzina di metri dal suolo e dalle sue polveri rosse, inseguita sui tetti dove fugge, col bottino della sua speranza di riscatto, Tonino, detto con scherno “Barboncino”, un malvivente di mezza tacca interpretato da Rubini con un bel senso dell’umano contrasto: non certo un eroe, piuttosto un disgraziato che ha perso il filo della sua umanità. Tutti gli danno la caccia: i suoi complici che ha beffato, gli sgherri del boss derubato. E lui fugge sui tetti di Taranto Vecchia e qui trova la complicità di Renato, un visionario che vive lì come se fosse in una riserva indiana, un semplice di spirito che però ascolta il Grande Spirito delle foreste che gli parla di bufali. A interpretarlo è Rocco Papaleo, che squaderna la sua solita dolce poesia, sempre bravo e spiazzante.
Si fa chiamare Cervo Nero, Renato, è benvoluto dagli abitanti del condominio sul cui tetto vive da quando suo padre è morto, in attesa che un cugino approfittatore gli sottragga anche quel rifugio… Cervo Nero e Tonino fanno una coppia di perdenti che sognano il riscatto: il primo salva il secondo, lo nasconde, gli cura la ferita, lo aiuta a resistere e a cercare la borsa col tesoro che giace in un cantiere, finita sotto un cumulo di pietre scaricate da un camion. Il secondo usa il primo, ma in realtà gli si affeziona. In mezzo storie di tradimenti, di amicizia, solidarietà, riscatto possibile. Sergio Rubini articola gli schemi seguendo la prassi di una narrazione che fugge dal realismo per insinuarsi nelle fessure della fantasia, con una tenerezza che dal ritratto dei due antieroi protagonisti promana sull’intera umanità messa in scena. Piace questa visione umanistica del sottobosco cittadino, così lontana dall’epica malavitosa della suburra ormai imperante: Rubini racconta una Taranto chiaroscurale, trovata nei vicoli e negli interni popolari, scrutata dall’alto dei tetti che osservano i cortili, i balconi, le vite dietro le finestre.
Resta però il sospetto di un film che avrebbe potuto ottenere di più da questa idea e dalla visione che segue, e invece si affida a una sceneggiatura che non sviluppa i retroscena, lascia i personaggi attaccati alle loro azioni e alla loro figura, al loro presente, senza sviluppare le backstories, ma tratteggiandole con una certa prevedibilità (il parente approfittatore di Renato, il figlio rancoroso di Tonino e la Guaccero sua amante…). Questo comporta una certa stasi nella parte centrale, che fa girare un po’ a vuoto il film e finisce per renderlo un po’ prolisso. Mai noioso, sia chiaro, né superficiale, ma di sicuro più lungo del dovuto e meno pregnante di quanto avremmo voluto nei confronti dei due bei personaggi che ha inventato.
(L’intervista che Rubini ha rilasciato martedì scorso a La Ringhiera)