Salute
Taranto svegliati!
In cinque minuti sul palco dell’Ariston Beppe Fiorello non ha solo raccontato il dramma di una città avvelenata dall’Ilva, ha detto di più: tapparsi le orecchie per non sentire, gli occhi per non vedere, la bocca per non parlare non è più possibile.
Continuare a morire parlando di Ilva o riprendere a vivere chiudendo questa partita? Ecco il bivio. Chiudere la partita significa sostanzialmente due cose: fermare le acciaierie e avviare il più grande processo di riconversione industriale d’Europa salvando i posti di lavoro, anzi creandone altri; oppure trasformare la fabbrica mettendo al centro, al primo posto, come priorità assoluta di ogni logica produttiva la salute, la vita, il benessere degli operai e dei tarantini.
Purtroppo nove decreti salva-Ilva hanno dimostrato che non è così. Ancora oggi il valore su cui è incentrata l’azione del Governo e tutto ciò che ne consegue è la produzione. Taranto, i tarantini, la loro storia, la loro cultura, la loro dignità sono in secondo piano. Un’Aia con misure già insufficienti è stata progressivamente smantellata, un farsesco processo di bonifiche dopo quattro anni non è ancora cominciato.
In questo contesto Fiorello elegge Taranto a simbolo di quella “amara terra mia” cantata da Modugno, i Litfiba annunciano di aver abbracciato “la causa e le motivazioni del primo maggio di Taranto”. Persino mons. Santoro parlando di Quaresima dice che “non possiamo attenderci tutto dalla presenza di potenze economiche forti che in passato hanno segnato la storia di Taranto; è l’ora della responsabilità comune provocata dalle difficoltà in cui viviamo”.
Taranto svegliati, dunque. Rialzati. Le marce non bastano, ovvio. Anche quella stagione è passata ma il silenzio e l’indifferenza sono più dannosi. Eppure siamo convinti che Taranto non è silente, né indifferente. Taranto è un fuoco che ribolle di dolore. Taranto è ammalata. Taranto è affamata di giustizia ma poi vomita nel cesso per tirare a campare.