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Taranto spartana? No, spartita e sparita

Pubblicato | da Angelo Di Leo

La foto è del 19 dicembre del 2014. E già si disse: ‘Pochini’. Volendo  sfogliare l’album e procedendo a ritroso, in effetti la piazza risulta sempre più affollata sino a toccare la vetta iniziale del 29 novembre 2009 quando Altamarea, ancora unica e indivisibile, per le strade del Borgo di persone ne portò quasi 30mila. Seguirà la solita storia di rancori, personalismi, diatribe ma anche di slancio e passione. Una stagione nuova e controversa.

Procediamo per ordine. Processo penale e decreti politici hanno lavorato non poco, negli anni a seguire, per rimodellare quell’onda anomala che risvegliò tutti. Si, diciamolo pure: tutti. Da una parte il processo, che dovrebbe (ri)cominciare nel 2016, ha segnato la differenza dei ruoli e ha sparigliato le posizioni: cattivi e buoni hanno il loro posto in questo album in costruendo. Dall’altra parte, i decreti dei Governi (l’austero Monti, il sornione Letta e l’iperattivo Renzi) sempre pronti ad aggiustare il tiro pro Ilva laddove magistratura e Città hanno tentato una svolta. Nel mezzo, quattro appuntamenti elettorali (Regionali 2010, Comunali 2012, Politiche 2013, Regionali 2015) che hanno restaurato il vecchio potere, allontanato dai seggi  più del 50% degli elettori e sancito  l’affermazione del patto di acciaio che lega Roma a Taranto, passando per l’accomodante Bari. Un potere adeguatamente spartito, di stampo restauratore, con le opposizioni interne fatte fuori e le maggioranze governanti più solide di prima che imboccano la strada renziana del trasversalismo. Dunque,  Taranto nel 2009 alza la voce ma l’eco non raggiunge la cabina elettorale. Anzi, il suo urlo di dolore resta strozzato nella gola della piazza che via via si svuoterà. Presa per sfinimento, la Tosta Tarentum torna lentamente molle.

Certo, gli ecologisti debuttano in Consiglio comunale (2012), il Cinque Stelle elegge una parlamentare europea (2014) in Regione l’opposizione cambia pelle (2014) ma la voce della Taranto che professa la sua ‘Libertà’ non sfonda il muro delle istituzioni territoriali perché politicamente incapace di penetrarle.  Esaurisce la sua forza propulsiva, costringe  il movimento a tentare una affannosa riunificazione su contenuti e programmi. Si, perché intanto la marea si è abbassata dando vita a torrenti diversi e detriti lasciati sulla riva. Ma il punto era e resta questo: il cambiamento si costruisce nei luoghi delle decisioni, fuori dai quali la protesta rimane un nobile esercizio democratico e consapevole, niente di più.

Taranto corre il rischio di affidare la propria frustrazione ai social, perdendo di vista l’obiettivo politico che sette anni fa sembrava fosse chiaro. Ma oggi le piazze sono vuote, le bacheche piene e i seggi malinconicamente deserti: i restauratori ringraziano. E Sparta piange come Atene. Sta succedendo di nuovo.

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