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Taranto? Sbagliare ancora, sbagliare meglio…

Pubblicato | da Redazione

‘Una città chiamata Taranto si merita almeno una colomba come quella di Archita. Sbagliare ancora, sbagliare meglio….’ è uno dei passaggi più suggestivi di questo interessante articolo scritto per la Ringhiera dal prof. Roberto Nistri, autorevole scrittore e storico tarantino:

Era di maggio. L’operaio tarantino Angelo Fuggiano moriva nell’Ilva dei nostri dolori, correndo nella sanguinosa corsa del criceto: una autentica Strage di Stato, di lunga durata e a norma di legge. Diabolus ex Machina. Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare… Ultima speme è il tempo della fuga…

Questa tragica Odissea (fine pena mai) ha riportato alla nostra memoria un vecchio racconto della scrittrice Rina Durante agli albori della grande Acciaieria. Fra le prime vittime operaie veniva ricordato un operaio addetto alla fornace che, mentre transitava su una passerella aveva messo un piede in fallo ed era scivolato nella colata. Passati alcuni giorni, la donna si presentava al dirigente dicendo che da qualche parte doveva trovarsi qualcosa del marito, ma il dirigente chiudeva ogni discorso dichiarando che quel corpo era diventato luce. Negli occhi della donna passava un orrore di millenni: tutta la civiltà contadina con i suoi antichi riti funerari: il bisogno di un corpo su cui versare le lacrime.

Questa storia ci è stata indicata dal nostro amico recentemente scomparso, attento a quei rituali e lamenti prodotti dalla cultura delle classi non egemoni. La lezione pasoliniana rimane un serbatoio prezioso sul riconoscimento delle culture e delle forme di chi abita nella “terra di mezzo”.

Rina Durante, sulla scia di Maria Corti analizzava l’essenza deimoroloja, i lamenti funebri della Grecìa salentina. I morti indicano sempre la strada. Il grande amico Alessandro ci ha ricordato l’ultimo viaggio al Sud di Ppp alla fine di ottobre del 1975, pochi giorni prima di essere ammazzato. Pasolini diceva che a metà degli Anni 60 c’era stata una mutazione forte tra dialetti e lingua italiana. Aveva l’impressione che tutti quegli abitanti fossero stati deportati o sostituiti in una sorta di genocidio culturale: una cultura bassa o alta, ma comunque immobilizzata nel tempo.

Per fortuna non sono mai mancati giovani oppositori musicali e letterari, consapevoli o meno di adottare forme di resistenza alla omologazione dominante. Puntando verso l’alto o il basso, senza rimanere impigliati nella medietà. Varcare i confini, comprendere il mediterraneo e la Puglia, detta Apulia o  Apulè. Senza Sbarramenti. Periodicamente alcuni capitani coraggiosi partono alla ricerca di un nome mentre lungo la via Appia crescono le sterpaglie e ci si imbatte lungo sentieri sempre interrotti.

In cerca di un nome, Taranto: la città dove è nata la Filosofia con Archita e Platone, con la nostalgia per la Kallipolis: la Città bella e buona. Nella gara del superbrand, a Corigliano hanno scoperto che l’acqua c’è, curativa per i calcoli biliari, e onore alla sindaca Filosofa e al giardino di Sophia, meschini noi che fino all’altro giorno computavamo le 2007 vittime del lavoro! Qualcuno si rimette in marcia, con la bacchetta del rabdomante in cerca di una goccia di filosofia, stuzzicando la tarantata attossicata. La capitale della Cultura, non aveva il passaporto. Respinta alla frontiera per modesta acculturazione. A Taranto diciamo così: “Zitto e mangia”. Ma ogni tanto sorge una piccola impresa meridionale, volta a restituire centralità ad una Antiquissima Urbs, In fondo ci sono ancora tante storie e tanti suoni che vogliono essere ascoltati. Basta cercare, basta inventare. Una città per cantare. Volente o nolente, se una città non viene raccontata si spegne attapirata e abbisacchiata. Una città chiamata Taranto, si merita almeno una colomba come quella di Archita.

Sbagliare ancora, sbagliare meglio. Ricordiamo almeno due preziosi film. Particolarmente apprezzata  la sensiblerie di Edoardo Winspeare con la sua metafisica della Luce, il reincantamento del magismo solare. Diverso Alessandro di Robilant, più vicino alla lezione di Ernesto De Martino con le sue storie dei senza storia. Periferie amare e piccola Gomorra. Aprire uno spiraglio nel non luogo per liberare nuovi racconti.