Sul Pezzo
Taranto, omicidio in ospedale. Il drammatico racconto del figlio: “Vogliamo giustizia”
Ora i familiari di Maria Domenica Dursi chiedono giustizia. Alle 10, nella chiesa di San Roberto Bellarmino, in corso Italia a Taranto, si è svolta la cerimonia per l’ultimo saluto terreno alla donna aggredita e uccisa in una sala del pronto soccorso del SS. Annunziata. Un episodio che ha dell’incredibile, ha ricordato nell’omelia don Antonio Rubino, che ha celebrato il funerale. E sono incredibili infatti le circostanze che hanno portato alla morte dell’anziana per mano del 42enne G.M., in carcere con l’accusa di omicidio.
Un delitto senza alcun movente, una furia omicida probabilmente scaturita dal gesto di un uomo affetto da disagio psichico che già in altre circostanze si era recato al pronto soccorso denunciando aggressioni nei suoi confronti e che abitualmente girava con un cacciavite nel taschino del gilet. Proprio un cacciavite è l’arma con la quale è stata mortalmente ferita Maria Domenica.
Un dolore composto e profondo quello dei familiari. Il figlio Giovanni Bonamassa, dipendente comunale, è in prima fila. Lui c’era quella notte. E’ stato al fianco della mamma, ha vegliato preoccupato per il suo stato di salute, ma mai avrebbe potuto immaginare un epilogo terribile. “E’ incredibile”, dice con un filo di voce, raccogliendo la solidarietà e le condoglianze di amici e parenti sul sagrato della chiesa. “Chi poteva mai immaginare che potesse accadere una cosa simile in un ospedale. Lo ha detto anche il parroco: certe cose non devono succedere nella casa della salute”. Ma il destino, la notte tra l’8 e il 9 agosto, ha fatto incrociare le vite di Maria Domenica Dursi e di G.M. per 28 secondi. Tanto è durata l’azione del killer secondo la ricostruzione della squadra mobile di Taranto. “Sono stato con lei per tutto il tempo – continua Giovanni – ero rimasto solo io con mia mamma nella saletta, perchè ci avevano detto che poteva restare una sola persona per ogni paziente”.
La beffarda fatalità era in agguato. “Mi sono allontanato qualche minuto per andare in bagno. Non ho lasciato la stanza perchè la saletta è dotata di toilette. All’improvviso ho sentito un rumore, come se fosse caduto qualcosa. Sono tornato nella stanzetta ed ho visto colare del sangue dalla tempia di mia madre. Ho subito allertato i sanitari”. GM aveva colpito ed era fuggito. 28 secondi sono bastati per stroncare una vita senza alcun motivo.
Giovanni ha l’aspetto mite, della brava persona però scosso dal dolore si chiede: “E se uscendo dalla toilette l’avessi trovato ancora lì, cosa sarebbe potuto accadere?” La sua domanda aleggia irrisolta sul capannello di persone mentre i feretro viene sistemato sul carro funebre che lo porterà in provincia di Cosenza per la sepoltura.
Un omicidio incredibile, un caso unico, mai successo forse in nessun’altra parte d’Italia. Un caso, però, che non può chiudersi così. “Vogliamo che sia fatta chiara luce su quanto accaduto – aggiunge il figlio della vittima – e non ci riferiamo solo agli aspetti penali su cui hanno brillantemente operato il questore e gli agenti della Polizia che ho personalmente ringraziato. Vogliamo giustizia”. Gli aspetti controversi non mancano. Lo stesso questore di Taranto Stanislao Schimera, in conferenza stampa aveva evidenziato il fatto che G.M. non avrebbe dovuto avere accesso a quelle salette.
Sull’episodio si registra il silenzio assordante delle autorità sanitarie. Nessun rappresentante dell’Asl di Taranto o dell’ospedale SS. Annunziata, ha partecipato ai funerali. Assenze pesanti. Alla cerimonia ha assistito, invece, il presidente del Consiglio comunale Lucio Lonoce che ha inviato anche un telegramma di condoglianze alla famiglia a nome di tutti i consiglieri comunali. Seduto agli ultimi banchi della chiesa l’ex primo cittadino, Ippazio Stefàno con la sua immancabile borsa da medico. Ieri un messaggio di cordoglio è stato inviato anche dal sindaco di Taranto Rinaldo Melucci.