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Taranto e la frontiera del razzismo

Pubblicato | da Michele Tursi

Da “prima gli italiani” a “negri di m…a”, il passo è breve. Il buon senso ci sta abbandonando. Il razzismo si fa largo. Il Rubicone sta per essere superato. Più o meno consapevolmente. Rispetto, accoglienza, integrazione, lasciano spazio alla rabbia e al livore. Alla paura agitata ad arte che fa esplodere il disagio.

Perchè l’unica cosa certa è che il disagio c’è ed è profondo. Alloggia nelle nostre città, confinato nei caseggiati di periferia o negli edifici abbandonati del centro. Colpisce chi arriva da lontano in cerca di un mondo migliore e chi vive da trent’anni nello stesso isolato. Mondi distanti, universi paralleli che si incrociano solo intorno alle bancarelle con le griffe contraffatte. Borse e scarpe firmate, spesso, sono l’unico intreccio di mani tra bianchi e neri.

Ben lungi dall’essere affrontata e risolta, fino a pochi giorni va la questione galleggiava sulla placida risacca dell’indifferenza. Ora le onde si sono ingrossate: la minaccia arriva dal mare ed ha la pelle scura. Il tam tam rimbomba da Roma alle periferie dell’impero, alimentato dalle voci dei social. Un coro sguaiato e numeroso. Ogni occasione è buona per dar fiato alle trombe dell’intolleranza: dalla preghiera in piazza per la chiusura del ramadan, alla festa africana con musica e balli. Taranto scopre il suo lato oscuro, lancia insulti senza cercare giustificazioni. Anche la nostra pagina Facebook ne è piena. Passare dai social alle strade, è un attimo.

Ieri sera in piazza Garibaldi pulsava il cuore dell’Africa. Colori, musica, sapori. Don Ciccio, Mama Marjas, Fido Guido, sacerdoti dell’integrazione a colpi di rap e rime baciate. Ponte Girevole e Senegal uniti dal ritmo tribale che scuote i corpi. Danza di pace, salti di gioia e corpi sudati. Taranto rivendica la sua dimensione di città senza alcuna “frontiera”, quel posto, scriveva Alessandro Leogrande, che “non è un luogo preciso, piuttosto la moltiplicazione di una serie di luoghi in perenne mutamento che coincidono con la possibilità di finire da una parte o rimanere dall’altra”.