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Ricorso Ilva Taranto, al Tar battaglia sulla competenza

Pubblicato | da Redazione

Come era prevedibile il Tar di Lecce ha rinviato la discussione sui ricorsi al Dpcm del 29 settembre 2017 relativo agli interventi ambientali nello stabilimento Ilva di Taranto. Oggi si è riunita la terza sezione del Tribunale amministrativo, presidente Enrico D’Arpe. Dopo aver preso atto della rinuncia alla richiesta di sospensiva da parte di Comune di Taranto e Regione Puglia, l’udienza è proseguita con l’eccezione presentata dal collegio difensivo dell’Ilva. I legali dell’azienda hanno contestato la competenza territoriale del Tar leccese ed hanno chiesto lo spostamento del procedimento al Tar del Lazio. Sull’istanza il Tribunale si esprimerà il prossimo 6 marzo. Ad urne ormai chiuse.

Intanto, dopo il ricorso “ad opponendum” del presidente della Provincia di Taranto, Martino Tamburrano arriva un’altra iniziativa legale questa volta “ad adiuvandum”, cioè a sostegno dei ricorsi di Comune di Taranto e Regione Puglia. A promuovere l’intervento è Lina Ambrogi Melle, già consigliere comunale, promotrice del ricorso collettivo alla Corte Europea Diritti dell’Uomo, presidente del Comitato Donne e Futuro per Taranto Libera. “Il prof. Andrea Saccucci insieme agli avvocati Matteo Magnano e Roberta Greco che già ci rappresentano a Strasburgo nel ricorso contro lo Stato italiano per violazione dei diritti alla vita, alla salute ed alla vita familiare dei tarantini, su incarico di alcuni cittadini di Taranto hanno notificato un intervento ad adiuvandum per sostenere e rafforzare i ricorsi al Tar di Lecce contro il DPCM del 30 settembre 2017 presentati dalla Regione Puglia e dal Comune di Taranto”.

“L’iniziativa – si legge in una nota stampa della professoressa Melle – intende percorrere ogni possibile strada legale per agire in maniera efficace allo scopo di tutelare la popolazione di Taranto nei suoi diritti fondamentali della vita e della salute calpestati da tutti questi decreti Salva Ilva ch, nonostante un sequestro senza facoltà d’uso della Magistratura nel luglio 2012, hanno permesso ugualmente a degli impianti pericolosi di continuare a funzionare causando  malattie e morti. L’ultimo dpcm del 30 settembre 2017, che ha valore di nuova Aia per l’Ilva, presenta vari vizi di legittimità e non impugnarlo significherebbe renderlo efficace e definitivo, permettendo così ai nuovi acquirenti di poter reiterare reati gravissimi protetti da un’immunità penale ed amministrativa regalata per legge. L’impugnazione di questo dpcm è l’unico atto efficace per tentare di fermare questo terribile progetto che farebbe continuare il genocidio di Taranto. I gravissimi danni sanitari dei tarantini sono stati ampiamente documentati scientificamente con eccessi di malattie e di mortalità rispetto alle medie regionale e nazionale. Ci sono modelli epidemiologici che hanno accertato che la persistenza dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto continuerà a generare danni e rischi per lavoratori e cittadini . Quindi è imprescindibile chiudere l’area a caldo dell’Ilva di Taranto e reimpiegare gli operai nelle opere di bonifica che la città attende da 25 anni, da quando fu dichiarata un Sito d’interesse nazionale (Sin), ovvero un’area da bonificare”.