Piani Alti
Oggi, 1978. Il nostro 11 settembre
“Il sequestro del leader della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, avvenuto il 16 marzo ad opera delle Brigate Rosse, segna il punto più alto della strategia della tensione e degli Anni di piombo“. Così si scrive e si dice da 40 anni. Ma è anche l’inizio della fine dei brigatisti, aggiungono gli storici.
Il 16 marzo 1978 sta per nascere il governo Andreotti. L’operazione politica di solidarietà nazionale è sostenuta dalla Democrazia Cristiana e dal Partito Comunista. Moro è bersaglio di critiche e invettive più o meno dichiarate da chi nel mondo guarda con sospetto a questo dialogo che con la storia, negli Anni Settanta, fa platealmente a pugni.
Intanto, Moro diventa anche il bersaglio ideale per le Br. In quanto simbolo della Dc da processare, i brigatisti lo preferiscono a Giulio Andreotti perchè “come preda – spiegheranno successivamente – era più facile da catturare“. Le Br creano una colonna romana ad hoc. E lavorano al sequestro dalla fine del 1977. Pochi mesi, dunque, per organizzare… progettare ed eseguire in un paio di minuti, e nella Capitale del Paese dilaniato dal terrorismo politico e dallo scontro sociale, l’azione militare più ardua del Dopoguerra italiano. Roba da servizi altamente specializzati!
Ma è pur vero che il rapimento dello statista di Maglie farà gola a tutti quelli che ne osteggiavano pensiero ed azione: le ricostruzioni successive ne daranno ampia prova. E le Br? Burattini inconsapevoli (tutti?) di una macchinazione internazionale senza precedenti, forse paragonabile soltanto alla stessa convergenza di interessi che incorniciò l’assassinio di Kennedy.
Accade così che un gruppetto di deliranti rivoluzionari che facevano politica con le armi, come tuttora si ripetono addosso, decida di annientare la scorta di Moro e far prigioniero il democristiano. Salvo poi non riuscirne a cavare nulla durante 55 giorni di inutili interrogatori. O talmente utili da essere sottaciuti, nascosti, filtrati, malcelati. Le Br volevano conoscere e divulgare i segreti di Stato che Moro non rivelò.. o che il livello intellettuale dei suoi carcerieri non seppe cogliere. Altra versione, contraria: le Br consegnarono quei segreti al silenzio della storia, patteggiando più in là con lo Stato. Nel mezzo, viaggiano a braccetto opportunità generale e opportunismo personale. Un esempio per tutti? A Mario Moretti, ovvero a colui che conduceva gli interrogatori in via Montalcini secondo le ricostruzioni ufficiali, Moro parlò di Gladio e delle ragioni di quella struttura paramilitare pronta ad intervenire all’occorrenza nell’ambito della strategia della tensione (così passata alla storia). I brigatisti non capirono o decisero di trasferire ad altri quel contenuto. Gladio sarà poi svelata da Andreotti al Parlamento nel 1990, dopo che in via Montenevoso, a Milano, furono trovate le altre carte di Moro, ovvero la parte dell’interrogatorio sino a quel giorno rimasta nascosta (nelle cassette di sicurezza di pochi) per 12 anni.
Torniamo al 1978. L’orologio della storia italiana, in via Fani, segna le 9.02 di un qualunque giovedì di piombo. Moro e la sua scorta percorrono le strade di Roma nord. E all’incrocio tra via Mario Fani e via Stresa, una 128 bianca inchioda allo stop. Alla guida c’è Mario Moretti, il capo delle Br che quattro anni prima si era sfilato dalla trappola di frate mitra, collaboratore del generale Dalla Chiesa, trappola in cui caddero i fondatori delle Br, Curcio e Franceschini: Moretti a quell’appuntamento ebbe la fortuna o l’abilità di non presentarsi.
La Fiat 130 blu del presidente della Democrazia Cristiana, con due carabinieri di scorta, seguita dall’ Alfetta bianca con tre agenti di polizia, viene così incastrata in un tamponamento a catena. In pochi secondi, gli avventurieri che a malapena avevano sparato qualche raffica in campagna (dirà qualcuno…) colpiscono chirurgicamente cinque uomini addestrati alla tutela e rapiscono, incredibilmente indenne al centro di colpi di pistola e raffiche di mitra sparati da punti diversi, Aldo Moro Moro che viene così trascinato e caricato a bordo di un’auto.
I terroristi, con il prigioniero seduto sul sedile posteriore, percorreranno Roma da nord a sud, sino al quartiere Portuense, raggiungendo via Montalcini che, stando sempre alla versione ufficiale dei fatti, sarà sede della progionia del presidente Dc sino successivo al 9 maggio, giorno dell’esecuzione e del ritrovamento del cadavere nella famigerata Renault Rossa, in via Caetani: anche qui, secondo la versione ufficiale, il cadavere dell’uomo più cercato d’Italia viene tranquillamente trasportato in un bagagliaio sino al suo cuore di Roma, tra ghetto ebraico e altare della Patria, a due passi dalle sedi di Dc e Pci.
Quasi due mesi di spionaggio, controspionaggio, dissimulazioni, falsi d’autore, lettere autentiche, lettere filtrate, lettere omesse, messaggi in codice, messaggi più o meno chiari, telefonate, vertici segreti, trattative parallele, volantini, ultimatum, beffe, ansia, terrore, precarietà, tentannamenti, bugie, omissioni e soprattutto… depistaggi.
Non è ancora chiaro chi davvero abbia spinto per l’uccisione di Moro. E’ noto solo chi ha pagato in carcere senza dire la verità sino in fondo. La verità su chi da quella morte ha tratto giovamento, una macabra messa in scena durata 55 giorni: l’11 settembre della Repubblica Italiana. Il giorno che cambiò il corso della politica che Moro, con fatica, stava tentando di avviare dialogando col Pci di Berlinguer nel pieno della Guerra Fredda internazionale e del terrorismo nazionale, nero e rosso.