Salute
Nel nome dell’Ilva, il sindacato che non ci piace
Vertenza Ilva, oggi si tratta ancora. Tocca ai sindacati. Quei sindacati che nelle loro massime espressioni nazionali invitano il presidente della Regione Puglia e il sindaco di Taranto a “ritirare il ricorso al Tar di Lecce” perchè “è il momento del confronto e del negoziato e non del ricorso ai tribunali” e perchè il confronto, a loro avviso, “può portare a soluzioni che coniughino difesa dell’occupazione e difesa della salute”. Secondo Camusso, Furlan e Barbagallo la vendita dell’Ilva “è un’azione strategica e utile per il Paese, le lavoratrici e i lavoratori coinvolti, ed è un’occasione da non perdere”.
Il sindacato degli editti e dei proclami non ci piace. Non ci piace chi pontifica. Chi ha certezze granitiche e non si pone domande. Chi guarda la vicenda Ilva con un occhio solo. Chi divide piuttosto che unire. Non sappiamo se la strada dei ricorsi sia quella giusta. Ma ha posto una serie di questioni che erano quasi sparite dal tavolo della discussione cui Cgil, Cisl, Uil sono sempre stati seduti e dal quale non intendono alzarsi, per nessuno motivo.
Ma non è questo il punto. Nessuno vuole far saltare il negoziato nonostante una certa “narrazione” tenda ad offrire una visione distorta. Il punto è che intorno alla vicenda Ilva ci sono una città, una comunità, un territorio stanchi di promesse, di ricatti, di illusioni. A luglio del 2012 i Riva aprirono i cancelli dell’Ilva e rovesciarono su Taranto migliaia di operai agitando il ‘ricatto occupazionale’. A distanza di cinque anni e mezzo i Riva sono fuori dai giochi, la fabbrica è gestita da commissari nominati dal Governo, ma la storia non è cambiata.
Il metodo è lo stesso. Anzi, peggio: ad agitare il ricatto occupazionale è direttamente il Governo. I toni usati da non si addicono alle Istituzioni. E anche questa volta il sindacato invece di ‘disinnescare’, piazza cariche aggiuntive che potrebbero far ulteriormente deflagrare lo scontro. Il lavoro è sopratutto dignità.
Ancora oggi in Italia, a Taranto può accadere di lavorare per 33 centesimi all’ora in un call center in cui la pausa pipì è detratta dalla paga oraria. Del sindacato, quindi, c’è bisogno come il pane e per fortuna non ci sono solo i segretari generali nazionali. Ci sono tanti delegati e dirigenti locali che svolgono con passione e con tenacia il loro compito. Questo sindacato ci piace e lo sosteniamo. E’ il sindacato che denuncia e che si batte per i lavoratori laddove i diritti non ci sono o vengono calpestati. E’ il sindacato che lavora per la comunità. E’ il sindacato in cui crede, per esempio, Andrea Lumino della Slc Cgil di Taranto che ha portato alla luce l’ennesimo caso di sfruttamento. Tenetelo a mente Camusso, Furlan e Barbagallo: la credibilità che vi resta, la dovete a persone come lui.
Un ultima considerazione sul ministro Calenda e sulla sua esultanza per la decisione dell’Antitrust europeo. Ora l’Ilva in amministrazione straordinaria, gestita da tre commissari a nomina pubblica, dovrà restituire 84 milioni di euro al Governo, in pratica ai suoi datori di lavoro. Questo probabilmente aggraverà la già precaria situazione finanziaria dell’azienda siderurgica. Gli industriali tarantini rivendicano il pagamento di lavori eseguiti per circa 150 milioni di euro, non vorremmo che con la scusa dell’Antitrust quei pagamenti fossero ulteriormente rinviati. Per le aziende locali e per i loro dipendenti sarebbe il definitivo colpo di grazia.