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Nel nome dell’amore: Guadagnino in cerca di Oscar

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 Chiamatelo col suo nome: Luca Guadagnino. Vi toccherà imparare a conoscerlo, se già non lo conoscete (“Melissa P.”, “Io sono l’amore”, “A Bigger Splash”).

Nel resto del mondo, soprattutto quello anglofono, è già considerato un giovane (47 anni) maestro, magari non alla stregua di Paolo Sorrentino, ma siamo su quella strada lì. E le 4 Nomination di rango che il suo film, “Chiamami col tuo nome” (a Taranto in programma al Lumière), ha racimolato ne sono il segno. Non l’unico, a dire il vero, e nemmeno il primo: quando era stato presentato un anno fa alla Berlinale, il film era stato accolto con entusiasmo della critica internazionale; un vero Maestro come Paul Thomas Anderson (l’autore di “Magnolia” e “Il Petroliere”, per intenderci) ha fatto pubblico endorsment, dichiarando che è il suo film preferito dell’anno e i critici della prestigiosissima rivista cinematografica inglese “Sight & Sound” lo hanno piazzato al terzo posto della Top Ten 2017. Insomma, ce n’è a sufficienza per dire che, con “Chiamami col tuo nome”, Luca Guadagnino ha già coronato una carriera che lo vedeva quotatissimo.  Il film è un oggetto dolce e vivace, quello che gli americani chiamano un “coming of age”, ovvero una storia che varca la linea d’ombra tra adolescenza e età adulta. Ma è anche un “romance”, ovvero una storia d’amore: gay. O qualcosa del genere. Il romanzo di André Aciman da cui è tratto è un piccolo classico: ambientazione retrodatata agli anni ’80, scenario idilliaco offerto dall’entroterra padano, una villa in cui il diciassettenne Elio vive con la famiglia ebrea americana. Il padre archeologo e professore universitario accoglie per l’estate il dottorando Oliver, ventiquattrenne americano solare e colto, che diventa subito lo specchio in cui l’introverso ma brillante Elio si riflette. Attrazione, insicurezza, paura, desiderio si confondono e lentamente tra i due nasce qualcosa che ha a che fare con l’amore: il rispecchiamento di sentimenti e emozioni che vanno compresi e seguiti. Luca Guadagnino, che è regista abituato a dare seguito al fremito vitalistico del suo filmare, si affida alla sceneggiatura di James Ivory, che su tematiche e vibrazioni sentimentali simili è da sempre abituato a lavorare (chi ricorda il suo “Maurice” tratto dal libro postumo di Forster ne sa qualcosa). Ma il film ha una sua intima sensibilità che si sviluppa proprio nella costruzione quasi impalpabile di un amore che è acquisizione di consapevolezza e soprattutto confronto con la flagranza del mondo, ingresso nella complessità della vita e comprensione della grande Bellezza in cui risplendono tutte le cose, compresa la sofferenza che si può generare. “Chiamami col tuo nome” non è nemmeno da prendere come un film a tematica gender, perché si proietta narrativamente su una scena sociale – quella degli anni ’80 – ancora lontana dall’insistente predominio delle questioni legate al sesso e alla sessualità divenute l’ossessione di questo nostro triste millennio. Il film è un tracciato che registra lo sviluppo emotivo, la fragranza dei sentimenti, le dinamiche di relazione, l’idealità di un rapporto con se stessi e con l’altro che genera nostalgia in questo nostro tempo nevrotizzato dalla comunicazione. Guadagnino del resto ha sempre saputo gestire nel suo cinema così nobilmente viscontiano una dimensione aulica, fuori dal tempo e radicalmente dentro la perfezione del filmare. Qui ne trae le conseguenze.