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Marea nera, potrebbe accadere anche a Taranto?

Pubblicato | da Michele Tursi

Da giorni scorrono sotto i nostri occhi le immagini del disastro ambientale di Genova. Circa 600mila litri di greggio sono finiti nel torrente Polcevera a poco meno di 100 metri dalla costa. Lo sversamento è stato causato dalla rottura di una condotta della raffineria Iplom. Il rischio che il petrolio arrivi in mare non è del tutto scongiurato. I danni all’ambiente sono enormi. Compromesso l’ecosistema della zona, i cittadini denunciano fastidi e malesseri a seguito delle esalazioni provenienti dalla marea nera.

L’incidente è avvenuto il 17 aprile, poco dopo le 20, mentre gli italiani votavano per il referendum sulle trivellazioni in mare. Tutta Italia guarda a Genova con apprensione, ma la stessa cosa potrebbe accadere a Taranto che ospita la raffineria Eni, un impianto sottoposto alla normativa Seveso in tema di rischio di incidente rilevante. Nel sottosuolo dell’area industriale e nell’adiacente specchio di mare transita un groviglio di tubazioni nel quale viaggiano oli combustibili, idrocarburi e gas. Il rischio è molto elevato. Con l’aiuto di Leo Corvace di Legambiente Taranto, abbiamo ricostruito la mappa delle maggiori condutture da e per la raffineria.

Il primo è sicuramente il grande oleodotto (137 km) che collega gli impianti di Taranto con il centro oli di Viggiano, attualmente sotto sequestro per l’inchiesta dei magistrati di Potenza. C’è poi l’oleodotto sottomarino di 3,6 km che porta dal campo boe (dove scaricano le petroliere di stazza maggiore) direttamente ai serbatoi. Una conduttura collega la Raffineria con l’area dell’Ilva per il trasporto di olio combustibile prevalentemente utilizzato dalla centrale Cet/2. Sul pontile Eni del porto confluiscono ben tredici tubazioni e molte altre alimentano le “pensiline” da cui si riforniscono le autocisterne. Un gasdotto collega la raffineria alla rete nazionale Snam e, infine, sono tantissimi gli oleodotti che attraversano gli impianti in cui scorrono butano e propano.

“Le situazioni di rischio, purtroppo sono presenti in gran numero sul nostro territorio – commenta Corvace – e derivano non solo dalle specifiche attività che si svolgono nella raffineria, ma dalla concentrazione di impianti ad elevato rischio in un’area ristretta. Per contenere i pericoli, quindi, è importante rispettare le distanze di sicurezza tra un impianto e l’altro ed effettuare manutenzioni accurate e periodiche. Più volte abbiamo effettuato osservazioni e contestazioni in tal senso soprattutto in sede di discussione del piano di emergenza esterno della raffineria predisposto dalla Prefettura di Taranto. E’ ovvio che in un contesto già pesantemente compromesso e dichiarato area ad elevato rischio di crisi ambientale, non si possono introdurre ulteriori elementi di pericolo. Per questo siamo contrari al progetto Tempa Rossa che, invece, aumenterebbe i fattori di rischio con un altro grande oleodotto, altri serbatoi ed un nuovo pontile. La possibilità di incidenti aumenterebbe”.

Gli sversamenti a Taranto non sono né un inedito, né eventi rari come si potrebbe pensare. Nel corso degli anni ce ne sono stati numerosi. Eccone alcuni.
29 settembre 2003: sversamento in mare lungo il canale di scarico “A” in seguito della rottura di una tubatura;
1 maggio 2006: 30mila metri cubi di oli combustibili finiscono sui binari della Taranto-Bari. La linea ferroviaria fu interrotta. Lunghe e complesse le operazioni di bonifica.
12 ottobre 2007: perdita dalle tubazioni dello scambiatore dell’impianto RHU idrocarburi;
8 luglio 2013: il maltempo causa un black out nello stabilimento. Densi fumi neri oscurano il cielo sul rione Tamburi ed un vasta chiazza di sostanze oleose viene sversata in mare;
6 novembre 2015: sversamento di idrocarburi durante la notte al pontile Eni cui sono ormeggiate due petroliere.

“Da aggiungere – sottolinea l’ambientalista – che il rischio costituito dalla presenza di metanodotti/oleodotti non rientra nell’ambito di applicazione della Seveso. Una verà assurdità. Dovrebbe occuparsene il piano provinciale di protezione civile. Che non ha le stesse modalità di approvazione della “Seveso” in termini sia di partecipazione (e di informazione) della popolazione che di severità nell’analisi di rischio”.
Genova è lontana, ma i pericoli a casa nostra abbondano!