Skip to main content

Madonna della Salute, regalo di Natale per i tarantini

Pubblicato | da Redazione

La Curia di Taranto ha riaperto in queste ore il santuario della Madonna della Salute, in Città Vecchia. Il vescovo lo aveva annunciato nelle scorse settimane. Ecco una breve storia dell’edificio e le vicende che lo avevano segnato.

 

La costruzione dell’edificio risale (la foto scattata ieri e’ di Max Todaro) alla seconda metà del XVII secolo, grazie all’opera dei padri gesuiti che si erano stabiliti a Taranto già nel 1612 nella chiesa del Salvatore che si trovava a pochi passi dalla Cattedrale e che oggi non è più esistente. Nel 1655 la piccola chiesa iniziava a risultare non più sufficiente rispetto alle attività cultuali dei gesuiti man mano cresciute nel tempo, così si fece il primo tentativo di progettare un chiesa ex novo, ma solo nel 1672 cominciò a muoversi qualcosa per la fabbrica del nuovo edificio grazie ad una cospicua somma di denaro offerta dal principe Antonio Albertini, Duca di Faggiano.

Finalmente nel 1686 i gesuiti cominciarono a vedere realizzato il desiderio di un grande tempio a fianco del loro collegio, che pure in quegli anni venne ampliato e che oggi è di proprietà del Demanio.

Il progetto iniziale, realizzato dall’architetto gesuita Tommaso Vanneschi, prevedeva una chiesa di un certo rilievo con due modelli ben definiti: le chiese dell’Ordine dei Gesuiti di Lecce e Molfetta. Il progettista pensò ad un edificio davvero imponente e di ampie dimensioni nel suo sviluppo longitudinale, ma ben presto durante i lavori di costruzione questo progetto si arenò di fronte a problemi di carattere economico. In sostanza sarebbe stato troppo dispendioso, quindi bisognava ripiegare su un impianto a croce greca, anche se non perfettamente tale, con cupola al centro.Tuttavia i lavori si bloccarono più volte sempre a causa di difficoltà economiche, e soltanto nel 1729 la fabbrica fu completata con la realizzazione della copertura e quindi della grande cupola.

Le vicende

Pochi decenni dopo il completamento della costruzione della chiesa, i gesuiti purtroppo dovettero lasciare Taranto a causa della soppressione della Compagnia di Gesù avvenuta gradualmente in tutta Europa e nel 1774 subentrò l’Ordine monastico benedettino degli Olivetani (da qui deriva la denominazione di “chiesa di Monteoliveto“), che acquistò il collegio e la chiesa.

Durante l’occupazione napoleonica del Regno di Napoli si ebbero, come è noto, le leggi di soppressione degli Ordini Religiosi che coinvolsero anche gli Olivetani; quindi la chiesa venne ceduta all’Arcivescovo pro tempore Giuseppe Capecelatro, con il titolo di Chiesa di S. Napoleone. Il Capitolo dei Canonici chiese all’Arcivescovo la rettoria perpetua della chiesa come succursale della cattedrale.

Dopo la Restaurazione italiana e con la riabilitazione degli Ordini Religiosi, i Domenicani ottennero il convento e la chiesa degli ex Olivetani rimanendovi fino al 1866, quando ci fu una nuova soppressione degli Ordini. Così subentrò la Curia inviando nella chiesa un rettore per le attività cultuali, mentre il convento fu acquisito dal Demanio.

Durante la prima guerra mondiale,dal 1915 la chiesa venne requisita per essere adibita a deposito di vestiario per le truppe mobilitate. Venne riaperta al culto soltanto dopo 5 anni  l’8 giugno 1920 dall’Arcivescovo Orazio Mazzella, il quale iniziò un’opera di convincimento dei padri gesuiti perchè potessero ritornare nella chiesa da loro costruita. Così il 28 aprile 1924 la Compagnia di Gesù riprese il possesso della chiesa, condivisa però insieme alla Confraternita della Madonna del Rosario che nel 1930 lascia definitivamente l’edificio alla cura dei gesuiti.

Con il ritorno dei gesuiti, crebbe molto l’attenzione verso la chiesa e tutte le attività ad essa legate; soprattutto si diede un nuovo slancio alla devozione nei confronti della Madonna della Salute, tanto che l’Arcivescovo Ferdinando Bernardi dichiarò la chiesa Santuario Mariano con il titolo di Nostra Signora della Salute, con un decreto del 25 marzo 1936.

I padri gesuiti hanno lavorato fruttuosamente nella chiesa fino alla fine degli anni ’80, quando lasciarono la città di Taranto e la chiesa viene nuovamente chiusa a causa delle sue condizioni statiche ed artistiche molto precarie.

Negli anni ’90 iniziarono i primi lavori di consolidamento e restauro del Santuario, per volere dell’Arcivescovo Benigno Luigi Papa. Purtroppo le fasi di restauro hanno subito notevoli rallentamenti a causa della difficoltà a reperire le risorse economiche necessarie. Il 2 dicembre 2018 il Santuario viene finalmente riconsegnato alla città di Taranto come testimonianza di un vero e proprio monumento di architettura, di arte ma soprattutto di fede e devozione. Questo è stato possibile grazie ad un notevole contributo di fondi pubblici ed anche ad importanti somme di denaro messe in campo dall’Arcidiocesi di Taranto, ma soprattutto grazie alla premura con cui l’Arcivescovo Filippo Santoro ha fortemente voluto il completamento dei lavori e quindi la riapertura al culto del Santuario.

La chiesa

La facciata rispecchia le tante facciate del periodo della Controriforma del sei-sttecento. Essa ha due ordini sovrapposti, ambedue cadenzati da lesene con capitelli ionici e compositi nella parte superiore, alleggeriti da quattro nicchie nella parte inferiore e due in quella superiore. Il portale presenta il timpano spezzato al di sopra nel quale è incassato lo stemma dell’Ordine dei Domenicani, mentre nell’ordine superiore della facciata in corrispondenza del portale si apre un grande finestrone con vetrata policorma (vetrate analoghe concludono i bracci del transetto). La facciata evidentemente non è terminata in quanto manca il coronamento superiore.

All’interno, sui timpani dei quattro arconi impostati su grandi pilastri che descrivono chiaramente la pianta a croce greca, svetta la cupola che ha circa 10 metri di diametro ed affrescata con un bellissimo cielo stellato, nella lanterna che sovrasta la cupola si può ammirare il dipitno della colomba dello Spirito Santo. Nei peducchi immediatamente sotto la cupola, sono affrescati i quattro evangelisti con i relativi simboli iconografici. Matteo (l’angelo), Marco (il leone), Luca (il bue), Giovanni (l’aquila). I dipinti risalgono ai primi anni del XX secolo, opera di un autore ignoto.

A destra dell’ingresso è collocato l’altare in marmo dedicato all’Arcangelo San Raffaele, la cui statua è conservata in una nicchia in marmo sormontata dal monogramma gesuita IHS (IesusHominum Salvator). Di fronte, a sinistra dell’ingresso, un altare quasi gemello in pietra dedicato a Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei gesuiti.

All’estremità del braccio destro del transetto è collocato l’altare in marmo del Crocifisso, che reca nel paliotto lo spazio per la statua di Cristo giacente, mentre in alto la statua del crocifisso su un paesaggio dipinto su tela. sulla parete opposta si trova l’altare dedicato al Sacro Cuore di Gesù.

Di notevole interesse è l’altare maggiore. Il committente gesuita padre Venanzio Maria Barra commissionò l’opera nel 1571 ad Antonio di Lucca che collaborò, almeno nel disegno, con frate Galichio d’Amato, entrambi gesuiti. Purtroppo i padri gesuiti non hanno potuto godere a lungo di questo altare posto in loco nel 1752, infatti nel 1767 essi furono soppressi e subentrarono gli Olivetani i quali fecero apporre il loro stemma sul pilastrino destro, lasciando su quello sinistro lo stemma dei gesuiti. L’altare è caratterizzato da un notevole effetto pittorico sia nel paliotto sia nei gradini sotto la mensa, mentre nella parte superiore accanto al tabernacolo è presente una decorazione a calice intarsiato che si alterna ad un elegante motivo ad onda.

Il quadro

Sull’altare è collocato il dipinto a cui è intitolato il Santuario: la Madonna della Salute. Si tratta di un dipinto ad olio su tela, copia della celebre icona bizantina della Salus Populi Romani che si venera a Roma nella Basilica di Santa Maria Maggiore. San Francesco Borgia, terzo superiore generale dei gesuiti, ottenne da papa Pio V il permesso di far riprodurre alcune copie dell’icona ed una di esse fu destinata al collegio dei gesuiti di Napoli, da qui il pittore leccese Antonio Verrio 81639-1708) trasse ispirazione per realizzare il nostro dipinto tarantino.

La Vergine è ritratta in piedi vestita con una tunica rosacea ed un manto bluastro bordato di oro, simboli dell’umanità rivestita dalla grazia divina; ai lati del suo capo le lettere greche ΜΡ e ΘΥ, che significano Madre di Dio. In braccio reca il Bambino Gesù vestito con una tunica rosacea ed un manto dorato, colori tipici della duplice natura umana e divina di Gesù. La Vergine tiene nella mano sinistra un fazzoletto, simbolo iconografico che indica la prontezza di Maria a consolare e confortare gli infermi, mentre Gesù benedice con la mano destra e nella sinistra tiene il libro della Parola di Dio.